Loreto - Porta Garibaldi solo andata

Io, David e quello zaino in un viaggio in metropolitana a Milano

La metropolitana non è troppo affollata. Cosa rara di questi tempi. Sono seduto e sono alquanto stizzito poiché ho dimenticato a casa il mio settimanale. Mi capita di rado e certe volte divento irrequieto se non ho qualcosa da leggere. Mi perdo nei miei pensieri finché mi rendo conto che qualcuno mi sta tirando lo zaino. Mi giro di soprassalto, pensando che qualche scippatore attempato cerchi di portarmelo via. Invece mi trovo dinanzi il viso angelico di un bimbo di colore che giocherella con il mio zaino consumato. Ha due occhioni grandi come due chicchi di caffé e un nasino all'insù.

Si chiama David, ha due anni ed è nato a Milano. Sua madre, la donna seduta al mio fianco, si è trasferita alcuni fa dalla Nigeria. David è figlio di una coppia di immigrati, costretti a lasciare il proprio paese con la speranza di trovare nella nostra terra un baratro di felicità. Io e David conversiamo in inglese e ci bastano poche fermate di metropolitana per diventare come due vecchi amici. Assicuro David che anche lui avrà uno zaino così colorato quando inizierà ad andare a scuola. Anche, se adesso gli sussurro, che non ha ancora l'età perché è soltanto tempo di giocare. 

Il bimbo mi strizza l'occhio e, con orgoglio, mi mostra la sua T-shirt con l'immagine dell' Uomo Ragno. Ha davvero fatto centro perché anche io mi sono fatto scorpacciate dei cartoni animati di Spider man. Anzi, gli annuncio che, quando imparerà a leggere, potrà godersi quei formidabili fumetti che mi hanno fatto sognare in tanti pomeriggi assolati. 

David è così entusiasta da tentarmi a fargli - in una buona fede - una falsa promessa: lo porterò con me dall'Uomo ragno e assieme a lui voleremo su Milano così da poter salutare dall'alto il papà e la mamma. David è contento e la mamma sorride. Alla fermata di Porta Garibaldi David scende. Il mio zaino non vuole proprio mollarlo. Gli spiego che è un vecchio ricordo ma che glielo donerò quando inizierà ad andare a scuola. David non fa capricci, si attacca alla gonna della madre e si catapulta come un razzo dal sedile. Si gira soltanto quando gli grido: "David, non avere mai paura. Abbi cura di te e non smettere mai di lottare".

Mi perdo nei miei pensieri, ipotizzando che quando crescerà e scoprirà gli orrori che hanno vissuto i nigeriani, forse mi odierà. Mi detesterà molto probabilmente quando sarà consapevole che io e tanti altri della mia generazione non ci siamo impegnati abbastanza affiché certi paesi sottosviluppati uscissero da quella condizione ai margini della dignità umana. Esco da questi pensieri allorché un signore mi fa cenno di guardare oltre la porta. C'è David che blocca le porte del vagone per regalarmi l'ultimo saluto. Quella manina sbandiera e sigilla un atto di amicizia. Mentre le porte si chiudono e il volto di David si dissolve, mi sento sollevato. Forse David non mi odierà.   
  

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