John Scofield

Al Blue Note fino al 23 luglio uno dei più interessanti chitarristi del pianeta jazz

Nel giro di un mese sono arrivati a Milano i tre più interessanti chitarristi del pianeta jazz. Pat Metheny, Lee Ritenour e John Scofield.
Discendente diretto di Jim Hall, ha addirittura contribuito a rafforzare la notorietà del suo maestro nei confronti delle nuove generazioni. John Scofield l’ho scoperto per caso nascosto in un disco di Gerry Mulligan e Chet Baker del 1975. Poi l’ho ascoltato più volte dal vivo.

Questa sera arriva al Blue Note con Dennis Irwin al contrabbasso, Bill Stewart alla batteria e il fenomeno Chris Potter al sax tenore.
Pantaloni scuri, camicia scura, Ibanez semiacustica nera. Look minimale. La chitarra passa attraverso un certo numero di effetti e va a finire in un amplificatore Vox. In passato gli avevo visto usare due Roland Chorus o due Mesa Boogie. Scofield non si preoccupa troppo dell’attrezzatura. Il sound è sempre un po’ crudo. Poco distorto e poco riverberato. Come il sound di Jim Hall, ma più metallico.

Incomincia a scaldarsi al quarto brano. Assolo decisamente dissonante con una contenuta distorsione. Chris Potter entra bene. Ricorda il  Michael Brecker dei tempi migliori.
Ci annuncia un brano tratto dal suo ultimo album “That’ s what I say” dedicato alla musica di Ray Charles. Attacca da solo Georgia on my mind. Senza tempo. Fantastico Chris Potter che ci fa risentire il tema, per bene, come in un piano bar di lusso. Dopo quattro brani dissonanti le nostre orecchie sentivano il bisogno di qualcosa di addomesticato. Il pubblico apprezza. John improvvisa su un tappeto di swing. Sento addirittura delle note doppie e molte legature. Il finale è nuovamente dissonante e senza tempo, ma con swing.
John ci annuncia che suonerà uno standard. My Romance. Medio veloce. Tema appena riconoscibile. Un'esecuzione impeccabile. Calorosi applausi.
Conclude il pimo set con "Wee", un brano be bop tiratissimo.
Giudizio finale? Per un audience allenato a dissonanze ed  atmosfere rarefatte.  

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