Il sorriso di Juan

Due chiacchiere con il dolce bailaor Juan De Juan

Ha un sorriso che illumina il palcoscenico e irradia poesia.
Dopo averlo visto ballare, martedì 25 maggio sul palco dell’Etnival al Castello Sforzesco di Milano, accompagnato dal chitarrista Livio Gianola, e dopo avere partecipato allo stage di flamenco tenuto da lui, faccio due chiacchiere con Juan De Jaun.

Il mio spagnolo è un po’ arrugginito, ma la sangria ci aiuterà ad intenderci. Del resto lui capisce l’italiano, ma non lo parla ed io capisco lo spagnolo...Olè!
Siamo sotto ad una tenda tra le zanzare e la luce ormai è poca.

Juan si apre alla mia curiosità, la curiosità di una ballerina che ha ventott’anni, solo due in più di lui, e che come lui iniziò a danzare a sei.
“Mi avvicinai al flamenco da piccolo - racconta - Dopo aver visto degli spettacoli, a sei anni iniziai lo studio a Moròn de la Frontera, passando poi al Real Conservatorio di Siviglia con maestri come Ramón Barrús, Manolo Marín, Juan Amaya, Juan Ramírez, Ciro, Manolete. A sedici anni entrai a far parte della compagnia di Antonio Canales e dopo poco divenni primo ballerino.”
“Come ti sei sentito quando Canales ti ha scelto?”
“Mancava un bailaor e Antonio mi scelse. Io ero incredulo e chiesi se aveva indicato proprio me. Lui rispose di sì, voleva davvero me. Incredibile. Così giovane…”
“Ora hai una tua compagnia, vero?”
“Ho un corpo di ballo e tengo dei cursillos. Non ho una scuola, sono ancora troppo giovane.”
“Da ballerina, so che non si può spiegar cosa si sente quando si balla, ma vuoi provarci?”
“E’ vero, è inspiegabile…come senti la fame così senti il bisogno di ballare.
E’ libertà. Puoi esprimere tristezza o allegria, comunque sia è libertà, non essere più limitati. Sai, imitare i propri maestri non serve. Chi imita si limita, appunto. Bisogna assimilare tante piccole cose di ogni stile e rielaborarle col proprio sentimento.
Una volta un caro amico mi disse che nel flamenco bisogna accarezzare il suolo come si farebbe col miglior amico e pestarlo come col peggior nemico.”
“Creo que sì…Passiamo a domande che non c’entrano col flamenco. Ti va?”
“Sì”
“Che cibo mangi?”
“Mi piace tutto. Adoro il gazpacho e il carpaccio! Ma mangio di tutto.”
“Ti piace leggere e che libri?”
“Mi piace molto leggere. Mi piace la Bibbia e tra gli autori che preferisco c’è Paolo Cohelo.”
“Credi in Dio, allora?”
“Credo in Gesù. Credo che siamo fatti per ¾ d’acqua e per ¼ di terra.”
“Già, dobbiamo essere come l’acqua, integri nella sostanza, ma multiformi, a volte neve, ghiaccio, pioggia, acqua che scorre…dobbiamo fluire.”

Bueno, continueremmo a parlare, ma è tardi e Juan è atteso per la cena.
Mi saluta e mi ringrazia con tanta dolcezza, tenendomi soavemente la mano e dandomi dos besos.

di Melissa Mattiussi

© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati