L'Italia poetica e perduta di Antonio Donghi

Il mistero della quotidianità rappresentato da uno dei più grandi pittori del realismo magico del XX sec.

Artista di "un'Italia poetica e perduta, povera e dignitosa", secondo le parole di Vittorio Sgarbi, ad Antonio Donghi è dedicata la mostra a Palazzo Reale fino al 13 maggio.

GRANDE ARTISTA ROMANO - La mostra, a cura di Maria Teresa Benedetti e Valerio Rivosecchi, intende rendere noto al grande pubblico uno tra i più importanti esponenti di quel singolare modo di concepire l'arte che negli anni venti è stato definito "realismo magico". In un momento storico in cui le avanguardie artistiche imponevano una cesura col passato, Donghi riempiva le fila di quanti avvertivano l'esigenza di "un ritorno al mestiere", di creare un raccordo ideale con i modelli trecenteschi e quattrocenteschi, pur percorrendo nuove strade. La rassegna espone l'iter completo dell'artista romano, dalle opere giovanili ai capolavori degli anni venti e trenta, dalle indagini sul paesaggio e la pittura di genere svolte negli anni del dopoguerra, fino alla produzione degli ultimi anni.

QUOTIDIANITA' E ASSOLUTO - Donghi è riuscito, come affermato dalla curatrice dell'esposizione, a "operare una saldatura tra la quotidianità, raccontata da fatti di cronaca, e l'assoluto". La sua pittura è nitida e luminosa, ordinata e talora caratterizzata da forme geometriche. Tra gli inediti presenti nella rassegna milanese, il capolavoro Circo Equestre (1927), L’attesa (1933) e il Ritratto equestre del duce (1937), curiosità storica che raffigura un attore d’eccezione, non con modi celebrativi, ma con semplicità e distaccato rispetto.
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