Gèrard Rancinan: Triologia del Sacro Selvaggio

Il fotografo francese sceglie l'Arte, l'Altro e la Fede per indagare la selvaggia pulsione sacra che muove l'uomo

Rancinan, fotografo rapido e combattente dei reportages, nella personale La triologia del Sacro Selvaggio che Bovisa Triennale ospita dal 26 giugno al 2 settembre, incontra i soggetti dei propri ritratti, inseguendo il desiderio di ricreare una galleria di corpi e volti che da pure sculture messe in posa diventano uno sguardo completo sull'umanità, tutta unita da una pulsione sacro-selvaggia.

TRIOLOGIA DEL CORPO PROFANO - La triologia del Sacro Selvaggio si articola in tre gruppi, l'Arte, l'Altro e la Fede, di ritratti che il fotografo accompagna con dettagliate didascalie riportate dalla grande penna della documentarista Virginie Luc. Nella prima tranche immortala gli artisti, dall'inchiodato Maurizio Cattelan, all'irriverente Jean Fabre, artista che divora vermi e insetti con una disperazione contemporanea, al grande McCarthy che, sfregiato e poi inondato da ketchup, non può che rimanere immobile e disarmato.

SACRALITA' DEL CORPO - Nella seconda sezione il trittico incontra la linea più marcata della sacralità umana vista da Rancinan, il corpo che nuoce, irrompe e distrae: ecco dunque fotografati uomini storpi, coi corpi divorati dalla natura stessa, fenomeni da baraccone che animano il circo scioccando, atleti che del loro handicap hanno fatto testimonianza dell'agonismo sportivo, e le loro parole che scritte sembrano punire il lettore.

SELVAGGIO CENSURATO - La sacralità del corpo come vertigine è placata dalla compostezza della terza parte dedicata agli uomini del potere sacerdotale, arcivescovi, prelati delle città di tutto il mondo, vestiti di rosso, viola e pizzi bianchi, con visi distesi. La loro presenza placa lo sguardo voyerista che spinge lo spettatore davanti alla foto: se prima i corpi deformi invitavano a un rispettoso sguardo della carne, e le smorfie caricaturali degli artisti trasmettevano l'ironia dello spirito umano, qui il corpo è portatore di censura. Il corpo è letto da Rancinan come messaggio, l'unico, che possa essere immediatamente portatore di idee, espressioni, pulsioni selvagge, è l'oggetto sacro del nostro tempo che esplicita le emozioni e terrorizza, ma è il solo verbo universale.

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