Carlo e Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola.

La severità della pittura dell’epoca borromaica tra controriforma, peste e spagnoli.

Dopo la mostra dedicata a S. Ambrogio e S. Agostino, padri della letteratura cristiana, Milano e il Museo Diocesano ne hanno dedicata a un’altra a due grandi figure delle religiosità milanese, Carlo e Federico Borromeo.
Aperta fino al 7 maggio, l’allestimento, ideato e realizzato da Paolo Biscottini, racconta, attraverso 80 opere (pale d’altare, oggetti ed arredi liturgici) la vita religiosa meneghina a cavallo tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600.

La mostra si suddivide in 3 sezioni. La prima narra la vita di San Carlo (1538-1584). Durante il 1500, il ducato era passato nelle mani spagnole e l’aria di incertezza causava frequenti scontri tra le varie fazioni presenti in città. A peggiorare la situazione si aggiunse al peste del 1576-77.
Dal punto di vista religioso lo stesso secolo fu caratterizzato dalla riforma luterana e dalla Controriforma, quest’ultima organizzata al Concilio di Trento a cui partecipò lo stesso Cardinale.
Il Concilio tridentino impose un decreto ufficiale che discuteva sul problema delle immagini sacre e lo stesso Carlo, nel 1572, pubblicò le Instructiones fabricae et suppellectilis ecclesiasticae, un vademecum sull’arte tridentina. L’idea di fondo delle Istructiones era di legittimare l’uso delle immagini sacre come mezzo utile all’educazione e al coinvolgimento dei fedeli.
La pittura lombarda, all’epoca di Carlo, attraversò un periodo di transizione: dall’arte tardo-manieristica si passa a quella tridentina, dal naturalismo di influenza europea al caravaggismo seicentesco.
Tra gli artisti più importanti dell’epoca abbiamo Gaudenzio Ferrari, Tanzio da Varallo, Moretto da Brescia, Giovan Ambrogio Figino, Simone Peterzano, Giulio e Antonio Campi, Simone Peterzano, Paolo Lomazzo, Fede Galizia e Camillo Procaccini, i quali diedero vita ad un genere pittorico dal forte accento patetico-devozionale, vibrante di humilitas e dall’impronta “pestante” (oscurità dei fondi, clima livido e penetrante).
In mostra troviamo opere come il Cristo e l’Angelo del Moretto Da Brescia (in cui sono visibili i precetti tridentini, toni smorzati e patetici), il Battesimo di Cristo di Gaudenzio Ferrari e l’Orazione nell’Orto di Paolo Lomazzo.

La seconda sezione affronta la tematica del naturalismo, attraverso la diffusione della naturamorta (Figino, Fede Galizia, i Campi) e il naturalismo caravaggesco di Tanzio da Varallo, Giuseppe Vermiglio e Giovanni Serodine. Quest’ultimo offre un’interpretazione passionale e fervida dei soggetti sacri, scene estremamente quotidiane e stesura pittorica rapida e radente come nella Cena di Emmaus.

L’ultima parte della mostra racconta la figura eclettica di Federico Borromeo (1554-1631). Egli fu il cardinale che coltivò l’amore per la cultura e per l’arte, fondò la Biblioteca Ambrosiana e la Pinacoteca, inventò l’iconografia di S. Carlo e finanziò la realizzazione dei 56 teloni, oggi sospesi tra le colonne del Duomo, con la vita e i miracoli del cugino.
Gli artisti che parteciparono alla diffusione del culto di San Carlo furono Cerano (i teloni del Duomo e il Cristo Morto di Varallo), Morazzone (l’Adorazione dei Magi e la Lotta di Giacobbe), Procaccini (S. Carlo in Gloria), Francesco Cairo, Nuvolone e Daniele Crespi (Digiuno di San Carlo, si può notare l’ascetismo della figura del santo, una profonda e sincera adesione sentimentale, composizione semplice ma densa di quotidianità ed attenzione meticolosa dei dettagli naturamortisti).
La grandezza dei cugini Borromeo, oltre a Milano, è tangibile anche nei cosiddetti “luoghi borromaici” come i Sacri Monti di Varallo, Orta, Collegio Borromeo di Pavia, Arona e le Isole Borromeo davanti a Stresa.

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