Avedon, il Copernico dell'immagine

Glam e rughe, Marylin Monroe e i minatori del West, tutti nella retrospettiva milanese dedicata al grande fotografo americano

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A New York, nel 1966, Truman Capote ideò il Black & white ball. Altrettanto di classe è il bianco e nero di Richard Avedon. Visitare la mostra che Spazio Forma gli dedica è come partecipare ad un party, dove si vorrebbe strappare il numero di telefono di ogni singolo invitato: un vero lusso!

COPERNICO DELL'IMMAGINE - Sex and the city comincia laddove la serie finisce: a Parigi. E il suo regista è Richard Avedon. La retrospettiva milanese comincia con alcuni servizi di moda realizzati nella Ville Lumière del dopoguerra. E' nel territorio fashion che Avedon si fa un nome, ma se il glamour è così come oggi lo intende Carrie Bradshaw, lo si deve anche a lui. Percorrere la primissima sala della mostra è come sfogliare una raffinata rivista femminile, e dire che quegli scatti appartengono a copie di Harper's Bazar di mezzo secolo fa. La rivoluzione è fatta: Avedon coglie l'anima dell'abito, non di meno quella di uomini e donne, e nelle sue fotografie non dimentica mai di esaltare l'una e l'altra.

UMANESIMO MODERNO - Seguono le immagini di quella che è stata la palestra italiana: Avedon compì un viaggio nel Belpaese, esercitando lo stile. Colpisce il ritratto di un ragazzino: uno sciuscià qualunque, eppure volto pefetto per la copertina di Vogue Bambini. Nelle diverse sale prende forma un percorso artistico che dal glam più affascinante giunge ad un umanesimo autentico inaugurato dalla serie di scatti al padre malato. Immagini che mostrano ciò che ogni figlio, ogni uomo, prova davanti al genitore che si spegne, davanti alle rughe, all'essicazione della vita nel corpo, con la vecchiaia e la malattia. Uno sgomento che si riflette nel viso paterno. Avedon riesce a portare in quelle sei foto la poetica che un altro grande artista americano esprime da sempre: lo scrittore Philip Roth. 
 
UNA DIVA RITROSA - Sparsi qua e là ci sono alcuni ritratti del fotografo. Giovane artista già affermato, uomo di mezza età sicuro di sè, e infine, a darci l'arrivederci, l'Avedon del 2002: invecchiato, con lo sguardo basso, le mani impacciate, un po' spaesato. Semplicemente sè stesso davanti all'obbiettivo. Un uomo ignaro che da lì a due anni avrebbe incontrato la diva più ritrosa di tutte: Colei-che-non-si-lascia-fotografare. E' il 2004 quando Richard Avedon posa la macchina fotografica e se ne va.

"A volte penso che tutte le foto che ho realizzato siano solo foto di me. Ciò che più mi interessa è... la condizione umana; solo quel che considero la condizione umana può essere semplicemente, anche la mia", Richard Avedon. 

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