Gioiellino Recensione

Cinema

Un opaco "gioiellino"

L'opera di Andrea Molaioli ispirata al crac Parmalat fa riflettere ma non decolla

Il crac Parmalat seduce il grande schermo e induce Andrea Molaioli a realizzare Il gioiellino, pellicola attesa dalla critica e dal pubblico, un po' perché banco di prova del regista dopo la buona opera prima La ragazza del lago (2006), un po' (parecchio a dire il vero) per l'argomento. Calisto Tanzi diventa Amanzio Rastelli (impersonato da Remo Girone), imprenditore di una cittadina di provincia e titolare della Leda, azienda a conduzione familiare ma dal business internazionale. Braccio destro del tycoon (ma guai a chiamarlo così!) è il ragioniere Emilio Botta (Toni Servillo): carattere burbero col pregio di "non creare problemi, e quando li crea poi porta sempre una soluzione". C'è lui dietro il successo della Leda, un successo tanto rapido quanto effimero, figlio di investimenti arrischiati e di un management immaturo. Quando (è il caso di dirlo) si faranno i conti, si cercherà di salvare il possibile, perdendo la faccia (moralmente parlando), tra bilanci falsificati e vendite gonfiate, fino alla soluzione estrema: "Se i soldi non ci sono, inventiamoceli".

FINANZA CREATIVA - La battuta pronunciata da Servillo è il vero e proprio claim del film, ma la sentirete pronunciare dall'attore partenopeo a tre quarti dall'inizio della pellicola. Fino ad allora, Il gioiellino racconta i protagonisti di questa storia dipingendo un quadro umano e sociale sconfortante: il manager incapace di affrontare le sfide dell'azienda, il figlio viziato deresponsabilizzato, il ragioniere prigioniero della solitudine, la donna in carriera senza scrupoli. Sullo sfondo, il tran-tran della piccola provincia dove "il sabato la spesa/il giorno dopo in chiesa", il resto della settimana sveglia presto e via al lavoro. Pochi fronzoli, molti silenzi. Molaioli si concede anche una trasferta a New York e nell'Est europeo, regalandoci scene che, per contrasto, fanno sentire ancora di più il "puzzo di chiuso" della provincia italiana quando l'azione torna nei confini nazionali. 

VERGOGNA MADE IN ITALY - Il racconto è scandito più dal potere delle immagini che da quello delle battute, col contagocce quelle più pungenti. Il ritmo non incalza fino alla bestemmia: "Se i soldi non ci sono, inventiamoceli". Da qui il film prende fiato, ed è mezzora di oscenità morale ed etica: conti esteri inventati di sana pianta, bilanci creati a colpi di forbici, colla e bianchetto. E poi ancora il crac, il commissariamento, le carte bruciate nel caminetto di casa per far sparire le prove, i tesori sepolti goffamente in giardino per salvarli dal pignoramento, i computer sfasciati a mazzate da impiegate incredule che il sogno sia finito. Sì: l'avventura dell'azienda bandiera del Made in Italy finisce, in mano nemmeno un pugno di mosche. Per qualcuno resta la vergogna, per altri l'impunità. Botta è in cella, Rastelli se la svigna trascinando la pia moglie in pellegrinaggio alla Madonna di Czestochowa, qualcun altro intanto ci ha rimesso la pelle, inconvenienti del business.

Tirando le fila, Il gioiellino si pregia di fare memoria di un passato recente forse in fretta dimenticato, fa indignare e pensare, mancando però di incisività e carattere. Ironia della sorte, Il gioiellino incarna forse la frase di Calisto Tanzi che ne ha ispirato il titolo: "A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino". Insomma, un film con del potenziale non pienamente sfruttato. I critici sono tiepidi, il parere al pubblico se si tratti di gioielleria o bigiotteria.

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