Se ne va Mario Monicelli. Al buio la commedia all'italiana

Si è spento a 95 anni l'ultimo grande regista italiano del '900

Abbiamo avuto il privilegio di attraversare la storia d'Italia con il cinema di Mario Monicelli, di crescere con quella amara commediola che al momento giusto sapeva tirar fuori l'artiglio della tragicità della vita. I fatti di cronaca ci dicono che il regista toscano sia morto suicida ieri in un ospedale romano, ma lui ci ha fatto uno scherzo: se n'é andato a bordo della mitica Lancia Aurelia di Il Sorpasso (fece la comparsa e accontentò il suo amico Dino Risi), scarrozzato da Gassman e Trintignant. 

L'ITALIA SUL GRANDE SCHERMO - Grazie al suo cinema abbiamo fatto appena in tempo a capire che pure uno sfaticato poteva diventare un dignitoso eroe (La Grande Guerra, 1959) in una poetica trasposizione della Grande Illusione di Renoir; che dietro la disonestà di quei ladruncoli ci fosse la bontà e la genuinità del Belpaese di provincia (I soliti ignoti, 1958); che nel gioco di braccare ed essere braccato poteva assieparsi l'umanità (Guardie e ladri, 1951); che il destino deplorevole dell'Italia sbruffona e mariola fosse stato sequestrato per gioco nel trapassato remoto (L'armata Brancaleone, 1966); che nella beffa e nello scherzo ci fosse più di una gogliardica reminiscenza (Amici miei, 1975); che la cronaca rosa non era poi tanto roba da rotocalco (Romanzo popolare, 1974); che essere nati nell'Italia a colori non era poi un così grande privilegio (La ragazza con la pistola, 1968); che i borghesi "cacasotto" avevano un'unica chance per riscattare la loro miserabile esistenza (Un borghese piccolo piccolo, 1977); che il sarcasmo delirante del teatro di un Molière o un Marivaux trovavamo sempre il modo di reincarnarsi (Il marchese del Grillo, 1981); che il complesso mondo delle donne poteva vivere in una confidenza intima lunga quanto un film (Speriamo che si femmina, 1986).

CINICO E IRONICO -
Ho avuto il privilegio di "pedinare" Mario Monicelli, prima da studente, poi da addetto ai lavori, ovunque lui fosse: a Roma, a Montecarlo, a Venezia, a Pesaro – indimenticabile quella grande abbuffata di cinema monicelliano – per cogliere in flagrante il suo essere scorbutico e cinico allo stesso tempo; la toscanità misurata che lo ha reso prima di tutto padre della Commedia all'italiana; la fierezza del rivoluzionario che aveva sfilzato l'utopia comunista con intelligente ironia. Ho avuto il privilegio di sedere a tavola in Umbria e sorseggiare vino rosso assieme a lui, Alberto Sordi e Suso Cecchi DAmico. Fu quella sera, origliando tanti aneddoti, che sono cresciuto dinanzi alla sua lapidaria riflessione: "Il grande errore della tua e della precedente generazione – mi disse Monicelli – è quello di voler raccontare con ostinazione un tempo che non vi appartiene. Voi avete il dovere di filmare il vostro tempo perché le generazioni future aspettano questo".

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