Recensione film Il tempo che ci rimane

Il tempo che ci rimane

Elia Suleiman ci racconta Israele. Vista con gli occhi di un palestinese

Chi ti ha detto che l’America è colonialista? Chi ti ha detto che l’America è imperialista? Con queste domande ammonitive da parte del suo maestro è cresciuto Elia Suleiman, arabo israeliano, nato a Nazareth. Nella sua nuova pellicola, Il tempo che ci rimane, presentata a Cannes, Suleiman ci racconta uno stralcio della sua  vita familiare. È un film che ci mostra le sofferenze del popolo palestinese, privato della propria terra a seguito della seconda guerra mondiale. "Si dà il caso che la Palestina subisca un eccesso di esposizione mediatica, col conseguente risultato di lasciare campo libero agli ideologi sia a sinistra, sia a destra. Ho sentito che la mia sfida era quella di sottrarmi a questo approccio semplicistico e di fare un film in cui non ci fosse nessuna lezione di storia da impartire", così il regista.

Meravigliosi silenzi e una paradossale ironia caratterizzano quest'opera. Nel cast, spicca il bravo e affascinante Saleh Bakri (già incontrato in La Banda Eran Kolirin) che interpreta Fuad, padre di Elia, membro attivo nel 1948 della resistenza palestinese e artigiano di armi. Nell'arco di 105 minuti, Suleiman narra una storia lunga 50 anni, un racconto che parte dalla difficile gioventù del padre, per approdare ai giorni nostri. Mezzo secolo di conflitti fra israeliani e palestinesi, all'interno dei quali si intromette anche un cattolicesimo fatto di statue (che Suleiman utilizzerà come porta occhiali!) e alberi di Natale. Curato in ogni dettaglio, il film vanta una ricercata colonna sonora di brani tradizionali arabi. Una nota di merito va anche al doppiaggio italiano, che in questo film vede all'opera fra le belle voci teatrali e cinematografiche. Da vedere. In sala dal 4 giugno.
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