Cinema

Gatsby, il cinema, il sogno

Baz Luhrmann si misura con l'eroe di Fitzgerald affidandosi a un cast stellare e a una produzione sfarzosa

Misterioso, tormentato, romantico, eccessivo: Jay Gatsby torna al cinema in un film-evento, come solo quelli di Baz Luhrmann (e di pochi altri) sanno essere. Complici la riscoperta degli Anni Venti, il cast stellare (Leo DiCaprio in testa), la colonna sonora già cult (Jay Z, Florence + The Machine, Beyoncè) e i costumi creati dalla moglie del regista con Miuccia Prada. Dopo il polpettone Australia, con l'eroe del romanzo di Fitzgerald il cineasta torna all'antico amore: la trasposizione filmica di capolavori letterari con stile postmoderno, esagerato e barocco. È possibile raccontare da vicino un uomo e il suo sogno, pur dirigendo il carrozzone debordante di una megaproduzione? Non lasciatevi ingannare, perché, come dice un personaggio del film: "Le grandi feste sono così intime. Nelle feste piccole, non c’è intimità".

A UN PASSO DAL TRAMONTO
- La vicenda è nota. Gatsby è un enigmatico multimilionario che intriga tutta New York nel pieno degli Anni Venti. Fa soldi a palate, organizza feste iperboliche, ma da dove arrivano lui e la sua sfacciata ricchezza? Perché la sera se ne sta sul molo della sua magione a fissare una luce verde al di là della baia? Gatsby è l'espressione dell'"homo americanus", capace di farsi dal niente, di creare un impero (e pazienza se, allo scopo, bisogna sporcarsi un po') e di credere che nulla sia impossibile. Ma per lui il denaro è un mezzo, una barca per arrivare da lei, Daisy (Carey Mulligan). Rampolla della buona società, troppo ricca per lui quando era un giovane spiantato, troppo lontana ora che vive oltre la baia, sposata all'odioso, facoltoso, fedifrago Tom. Gatsby riuscirà a far rivivere il passato?

CORRUZIONE E SOGNO - Come nel libro, il narratore e la voce critica è Nick Carraway, cugino povero di Daisy (Tobey Maguire). Luhrmann dà spessore al personaggio, ne fa un uomo a pezzi, depresso, alcolizzato, sconvolto dal marciume che alberga nelle sfarzose ville dei ricchi d'America. Lo troviamo in analisi: uno psicologo gli chiede di scrivere ciò che vuole e lui racconta la storia di Daisy e dell'uomo che, unico, si solleva sopra le bassezze di New York pur sguazzandoci. L'incorruttibile speranza di Gatsby resta intatta nel mezzo della depravazione, nel suo animo il sogno sopravvive come solo nei bambini o negli ostinati: è questo che lo salva e che lo condanna in un mondo di ricchezza putrescente. 
Ma sogno e sfarzo, apparenza ed essenza convivono a tal punto che distinguerle non si riesce. Come l'industria produttrice di sogni che è Hollywood, come nel cinema, dove l'immagine è il racconto, un'immagine fatta di luce immateriale. Il film finisce con la citazione fedele del romanzo di Fitzgerald, la cui figura permea tutta la pellicola confondendosi con quella di Gatsby, di Nick e dello stesso Luhrmann, che a sua volta si riflette in questi due personaggi. A uno dei suoi favolosi party, Daisy chiede a Gatsby: "Tutto questo è frutto della tua immaginazione?". Lo chiede a lui, a Fitzgerald, a Luhrmann. E, naturalmente, a noi spettatori. 

In sala
dal 16 maggio.

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