Diaz Recensione

Diaz

Daniele Vicari racconta uno dei capitoli più oscuri e drammatici della nostra storia recente

Ai tempi del G8 di Genova frequentavo il liceo. Ricordo che a settembre, al ritorno dalle vacanze estive, in classe quasi non ci fu il tempo per parlarne: il crollo delle Twin Towers fece passare in sordina le colpe dei potenti, la furia cieca dei Black Block, le promesse infrante di un mondo migliore. Grazie a Diaz, il film di Daniele Vicari sull'assalto all'omonima scuola genovese, le nostre menti tornano con forza a quel terribile luglio del 2001. Un vergognoso (e ancora irrisolto) capitolo della nostra storia recente, definito da Amnesty International come "la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale".

IL BLITZ ALLA SCUOLA - Vicari sceglie di non mostrare la morte di Carlo Giuliani (il manifestante ucciso in Piazza Alimonda durante gli scontri con le forze dell'ordine, ndr) per concentrarsi sul successivo blitz alla Diaz, un assalto pianificato a tavolino che fece quasi un centinaio di feriti innocenti: giovani e meno giovani di nazionalità differenti, no global e giornalisti picchiati senza freni dalla polizia per il solo motivo di aver scelto di dormire in un luogo legalmente concesso al Genoa Social Forum ma sospettato di essere un covo di dissidenti. Il regista include nel racconto anche le violenze successive, quelle perpetrate nella caserma di Bolzaneto, dove i "prigionieri" furono umiliati per giorni dagli agenti.

UN LUNGO INCUBO - Con stile asciutto e rigoroso, la macchina da presa segue diversi personaggi componendo un racconto frammentato: gli eventi non si susseguono in ordine cronologico, ma si ripetono da molteplici punti di vista. Il regista non giudica ed è quasi clinico nella descrizione del dramma. Ma è impossibile non provare disgusto e sì, anche vergogna: come simpatizzare per il vile vicequestore Flamini (Claudio Santamaria), che riesce a dire un debole "basta" solo quando si accorge che una ragazza sta per morire dopo una violenta manganellata in testa? Forse il personaggio con cui l'autore sembra entrare maggiormente in empatia è la giovane tedesca Alma (Jennifer Ulrich), di cui racconta ogni momento di quei giorni terribili. I suoi occhi chiari e sgomenti e il suo volto livido e graffiato sono l'emblema di una generazione che in un attimo ha visto frantumarsi i sogni e le speranze per il futuro. In sala dal 13 aprile.
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