Una vacanza con il finestrino aperto

L’estate è quasi deviante senza una vacanza, quest’anno ancora di più, l’evasione è necessaria come il caffè la mattina. Bisogna svegliarsi e dimenticare i pensieri che durante la notte non erano stati invitati. Io senza indugio mi sono messa in moto verso la scoperta del nostro stivale marittimo e questo è il mio diario di bordo, o quasi

Parto con un paio di All Star che sul lato destro hanno una scritta della Grande Mela, con un fiocco mai slacciato e con i segni dell’incedere, mi ricordano un andare lontano. Perfette per l’inizio di ogni vacanza. Per l’occasione nessun mezzo con le ali ma solo una piccola macchina idonea alla guida femminile. Ingranata la quinta procedo verso sud e la musica scorre con lo stesso ritmo delle ruote sull’asfalto. Mi affaccio dal finestrino, penso che tutto può durare se riesci a dargli un giusto significato e le immagini in sequenza di paesaggi italiani mi fanno sentire nel posto giusto. Blu, verde, rosso, bianco, giallo: non puoi non trovare il tuo colore preferito là fuori.

Vedo gabbiani tra le nuvole, apparire e scomparire, il mare si avvicina e quella felicità prima chiusa nel mistero come una noce, ora si manifesta. La voce metallica del navigatore mi accompagna e nella borsa la materialità si scatena con una guida Lonely Planet, giusto per bilanciare la tecnologia con la carta illustrata. Strade sbagliate, vestiti a quadretti, righe, tante curve, una limonata, pioggia e sole.


Chiamalo con il suo nome

Al ritorno verso casa, dopo la fine dell’avventura, la frase prediletta è sempre: “di già?”. Il tempo quando si sta bene assomiglia un po’ troppo alla palla da bowling: con lo slancio scorre veloce e fa strike. Comunque, tornando al momento della fine del partire, solitamente, quando la rotta è invertita, si tirano le somme. Nel caso specifico, ripensando alla mia vacanza mi dico che non è stata priva di imprevisti. Il sole si alternava al temporale con una rapidità fuori dal comune, togli e metti il capello, apri e chiudi l’ombrello. Per non parlare della fila chilometrica per prendere un gelato che, arrivata l’ora di cena, ti senti anche in colpa a mangiarlo. O di una mozzarella locale come nuovo souvenir dimenticata al bar, delle corse per lo scadere del parchimetro, di un biglietto sbagliato per un sito archeologico e molto altro.

A volte si preferisce omettere ogni cosa che è andata storta, nel social solo perfezione e in realtà l’inconveniente oltre ad essere più vero, rende anche il tutto memorabile. Proviamo a chiamare le cose con il loro nome, si apre il sipario, si va in scena ma senza finzione. L’inatteso fa parte di noi, basta solo dirlo.

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