South working: la rotta è invertita

Il lavoro da remoto, dopo la pandemia, si è rivelato come una modalità efficace per adempiere ai propri doveri. Oggi ha persino preso forma una specifica declinazione di che per uno strano gioco di prefissi è diventato, nella nostra penisola, “south working”. Ecco di cosa si tratta

Nord e sud sono due parole con una potenza simbolica particolare. Inglobano un riferimento territoriale, un’idea di tradizione peculiare, una distinzione non per forza macchiata da una prevalenza. Sicuramente polarità geografiche, riferimenti per il nostro orientarsi, punti segnati nella cartina che ora si trovano, tuttavia, concretamente uniti da una porta di passaggio: south working. Con questo termine si fa riferimento a una particolare forma di lavoro subordinato legato alla decisione per chi si sia trasferito al nord di tornare a casa e lavorare stabilmente dal sud.

Ai classici elementi, come la mancanza di limiti orari e spaziali, subentra un tastiera macchinosamente cliccata sì, ma vista mare. L’alienazione dei compiti lascia il posto a un miglior bilanciamento tra vita privata e vita professionale. Il tempo prima impiegato per i trasporti ora diventa libero con un conseguente aumento di benessere. Tutto abbastanza confortante eccetto un possibile parziale svuotamento delle aree urbane settentrionali, il problema della legittima disconnessione, quello dell’isolamento e della digital divide. Per il momento lo scenario è in evoluzione e non ci resta che cavalcare l’onda.


Hai visto per caso la connessione?

Il south working con i suoi lati positivi e con le sue incertezze è sicuramente una novità. Per noi giovani abituati al nomadismo e alla contaminazione di supporti, studiare o lavorare non in presenza può essere più agevole. Tolto il problema della riduzione della socialità e un legato rallentamento di un progresso professionale, bastano un paio di cuffiette senza fili, un computer portatile consultato a gambe incociate e si sopravvive. C’è però chi, indipendentemente dall’età, sente la mancanza della sua scrivania, della sua sedia ergonomica. Di quel silenzio complice della concentrazione che si scontra con la vitalità casalinga. Poi interviene la connessione wifi che a volte va a rallentatore e la costante ricerca dei caricatori dei dispositivi che tra il divano e la cucina si nascondono. Alla fine comunque l’importante è saper ricreare il proprio spazio, quell’ufficio tra le mura domestiche. Sempre che non basti già la finestra aperta sul mare.

Leggi anche: 

Settembre: una mappa senza direzioni
L’aperitivo in mostra al Teatro Arcimboldi
Voglia di benessere? Ecco un weekend per voi