Quel difficile obbligo di stare a casa: come riuscire a rispettarlo?

C’è chi, in questo periodo di emergenza sanitaria, nonostante le ultime misure del governo ancora più severe, chiuso in casa proprio non riesce a starci. E c’è chi, ancora, rispetta a fatica i punti del e vive come una condanna l’obbligo di stare a casa

Due osservazioni sull’obbligo di stare a casa, che domandiamo alla psicologa. Come mai si fa così tanta fatica a capire che siamo in una situazione di vera emergenza sanitaria? E ancora: chi si accanisce contro chi esce di casa o non usa la mascherina, almeno per i toni, è nel torto o nella ragione?

Nell’epoca dell’io, del narcisismo, dell’egocentrismo, della noncuranza, saper rinunciare diventa una capacità tanto rara quanto fondamentale. In questa accezione, tuttavia, la rinuncia non deve essere intesa come privazione, ma come azione libera e responsabile, convinta. Questa reclusione a cui siamo costretti ci obbliga a rinunciare alle nostre rasserenanti abitudini quotidiane. A seguire un'”imposizione” difficile da rispettare, proprio perché ci arriva dall’alto. Che va a generare uno stato di disorientamento, un’interruzione di tutto ciò che ci faceva stare bene, che ci dava sicurezza.


Quali sono le motivazioni che ci impongono di rinunciare alla nostra libertà di uomo per un interesse collettivo, secondo logiche decretate da altri uomini?

Ci sono diverse ragioni per rispettare la legge e tante altre per non farlo. In realtà, nel momento in cui si è parte di una collettività, non serve più chiedersi se la legge sia giusta o meno, la legge è legge e in quanto tale va rispettata (“dura lex, sed lex”).

Il problema scatta nel momento in cui gli individui non riescono ad accettare le leggi del gruppo e a rinunciare ad una parte della loro libertà. “Uscire da casa nonostante il decreto mi fa stare bene? E allora io esco, perché dovrei rinunciare?”, “Tanto lo fanno tutti e nessuno dice niente!”. E qui l’incoscienza parla per noi: “Tanto a me non succederà”. Ciononostante, chi urla dalle finestre contro chi esce di casa dovrebbe controllare quanto meno i toni (e le frustrazioni dettate dalla reclusione, aggiungerei). Soprattutto se non si conosce la persona che si sta aggredendo, perché non sapendo nulla della sua vita, non conosciamo i motivi della sua
uscita.

Lodevole sicuramente l’intento di chi vuole fare squadra, essere responsabile, sentirsi parte della comunità, essere prudente e raccomandare prudenza, ma in generale sarebbe più sensato valutare i singoli comportamenti e, in assenza di strumenti per valutarli, restare in silenzio e lasciare che se ne occupino le autorità di competenza.

Va da sé che, se in assenza di sanzioni il singolo cittadino, confidando di “farla franca”, accetta il rischio di violare la legge con la possibilità di essere sanzionato, il fenomeno si ingigantisce e la scappatoia di una persona diventa collettiva. Non ci si rende più conto della differenza tra poter fruire di una libertà e abusarne, e si mettono in atto comportamenti irresponsabili.

Ulteriore spunto di riflessione è dato dal fatto che la casa, se obbligati a rimanervici, diventa uno spazio “pericoloso” in cui riflettere su di sé. L’obbligo di stare a casa ci mette di fronte alla nostra paura di stare fermi, di confrontarci con noi stessi accettandoci per come siamo. E allora tendiamo a scappare.

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