Stefano Accorsi

Stefano Accorsi, voce ribelle di Tintoretto al cinema

Stefano Accorsi al cinema è la voce narrante di Tintoretto, un ribelle a Venezia. “Nel mio lavoro conta solo l’istinto”. L’attore ci racconta la sua vita tra amore, carriera e progetti per il futuro

Passa il tempo, ma Stefano Accorsi non perde il suo appeal da bello e maledetto di sempre. Giacca di pelle, capello tirato e sguardo ammaliante: si presenta così quando noi di Milanodabere.it l’abbiamo incontrato in occasione della presentazione del docufilm Tintoretto, un ribelle a Venezia. Ideato per i cinquecento anni dalla nascita del pittore, l’ambizioso progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione tra Sky Arte e Nexo Digital e sarà nelle sale cinematografiche dal 25 al 27 febbraio. Stefano Accorsi ne è la voce narrante. E sì, di lui è affascinante persino la voce. Simpatico e autoironico, con lui abbiamo parlato della sua carriera e della sua vita, a cominciare dai tempi del liceo.

“Ho fatto lo scientifico, l’ho fatto pure male. Ci ho messo sei anni… Mi rimandavano sempre, mi odiavano. Non mi ricordavo nulla di Tintoretto, se non un nome. È stato bellissimo dare la voce a una narrazione di questo tipo – ci racconta. E continua- la storia tende a dimenticare l’aneddoto e ci porta solo in superficie. Raccontare in un film la vicenda di un personaggio avvincente come Tintoretto è un’idea bellissima. Ci fa sentire il respiro di quel personaggio”.  Cosa accomuna Accorsi a Tintoretto? “La volontà di dare l’assoluta precedenza all’arte, piuttosto che ai rapporti diplomatici”. Cos’altro? “Che i suoi colleghi lo odiassero, ma a lui non importava. O forse si, però c’era qualcosa che gli importava di più”. 

Si fa fatica a credere che sia odiato. La vita di Stefano Accorsi in questo momento è piena di amore, di fama e di progetti. Felicissimo con la sua sposa, la bella Bianca Vitali. Impegnatissimo nel tour teatrale dello spettacolo Giocando con Orlando (applaudito anche al Franco Parenti dal 12 al 17 febbraio).

Riservatissimo, invece, per quanto riguarda l’ultimo capitolo della saga di cui è ideatore e protagonista, 1994, che andrà in onda nel corso di quest’anno. Qualche spoiler? “Sul mio personaggio, Leonardo Notte, non posso dire tanto. Posso solo dire che per me sarà una bellissima stagione”. Ci abbiamo provato…

La spregiudicatezza è la caratteristica più evidente della personalità di Tintoretto. La tua?
(Ride) È difficile dirlo, forse più di una. Dal punto di vista artistico, credo che l’unica cosa che conta per il nostro lavoro sia l’istinto: un progetto ti va di farlo e un altro no. Avrai ragione, avrai torto, non lo sai. Però almeno di quello ti puoi fidare. Nella vita è più o meno la stessa cosa. Si procede un po’ a tentativi, seguendo le emozioni e i sentimenti.

Prima il teatro e poi il grande schermo. Quale dei due mondi ti rappresenta di più?
In realtà ho iniziato con un film di Pupi Avati. Subito dopo ho fatto la scuola di teatro. Penso che la bellezza di questo mestiere sia fare tutto: cinema, televisione, teatro, pubblicità. Solo facendolo si riesce a capire. Che non significa fare tutto a tutti i costi. Vuol dire che se prevalentemente vuoi fare una cosa, allora la devi fare, senza pensarci troppo.

Qual è stata la prima volta in cui ti sei sentito davvero famoso?
La prima volta che sono stato riconosciuto in strada è stato per la pubblicità del Maxi-bon. Era carina. Ero a Bologna, stavo andando a teatro e da lontano vedo un ragazzo con una signora che viene in senso opposto e comincia a indicarmi. Io mi stavo già preparando all’ennesima brutta figura con quello del liceo che non avrei mai riconosciuto. E invece mi fa “Maxi-bon!”. Per quella pubblicità mi ero fatto qualche problema. “Lo faccio, non lo faccio” e poi mi son detto sì, fallo… E quello mi ha dato riconoscibilità.

Torniamo a Tintoretto. Il pittore era così legato alla sua Venezia che non andò via neanche durante la peste. C’è una città a cui sei particolarmente legato?
No, non così sicuramente. Quando faccio i film legati alle mie radici sento che c’è un’energia particolare. Come quelli con Ligabue o “Veloce come il vento”. Vai ad attingere a qualcosa di profondo. Bologna, tutto sommato, è una città che ho amato, ma dalla quale sono anche fuggito per fare questo mestiere. A Bologna si vive molto bene, ti coccola e ti protegge, però proteggere troppo, a volte, rischia di isolarti. Non è un caso che io mi senta ancorato a città più provinciali, ma più legate alla terra e alla tradizione.

E Milano?
A Milano ci vivo, mi piace tantissimo. È una città che amo profondamente. Però l’ho scoperta da grande, la amo da grande e per questo non ho qui le mie radici. Vivere a Milano mi piace molto, è una città che offre parecchie opportunità.

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