Lettera dal Messico alla redazione: le parole di Samira Zuabi, fotografa

23 marzo 2020, San Jose del Cabo, . Avrei tanto desiderato che questo testo vi raccontasse di una normale vita in . Avrei voluto parlarvi delle spiagge da sogno dove sono “costretta” a lavorare. Del turchese lucido, brillante, che circonda e bagna tutto intorno, invitandoci a sorridere ogni giorno

Mi sarebbe costato un sacco di tempo enumerare la gamma infinita di azzurri, verdi, blu. Che definiscono l’orizzonte e che ci mettono in contatto diretto con un Dio-Natura generoso e nobile, facendoci sentire benedetti. Ma ci avrei provato. Avrei osato anche descrivere il sapore di ogni piatto. Fermandomi a raccontarvi di quella sensazione violenta, strappalacrime, di quando, fiduciosa, ti infili in bocca un pezzo di “carne al pastor” dovutamente speziato. E la forza del “habanero” (la versione più piccante del peperoncino qui in Messico che, in confronto, sembrerebbe un lecca-lecca per bambini) ti arriva subito in testa al punto di sentirla quasi esplodere.

E poi lentamente ti addormenta i sensi, facendoti venir voglia di mangiarne ancora, nonostante l’irresistibile piccante o forse, proprio per quello…


Vi avrei confidato storie di battaglie, di conquiste. Di un passato maya interessato alla scienza, all’astrologia, alla matematica, e della razza azteca più portata per le armi, la guerra, le conquiste.

Eppure… mi ritrovo nella sala del mio appartamento in affitto a San Jose del Cabo, nella Bassa California Messicana, a scrivere di un virus che, nonostante tutte le informazioni che ci arrivano dall’Europa, è percepito da queste parti come qualcosa di ancora molto lontano, non troppo pericoloso anche se un po’ troppo fastidioso.

Riuscite a indovinare le drammatiche conseguenze e il peso derivanti dall’essere una ragazza europea, in più spagnolo-italiana, che vive e lavora in Messico?

Ogni mattina alle 5 mi collego e parlo coi miei cari, rinchiusi nelle loro abitazioni in Italia e Spagna. Tutte le mattine leggo mille articoli contraddittori online. Tutti riferiti al Coronavirus. Assimilo le informazioni che considero valide cestinando le centinaia di fake news, per poi fare la mia personale interpretazione dei fatti aggiungendo le testimonianze di chi, da casa, mi racconta delle loro giornate, di nuovi abiti, invenzioni e scoperte.

Troppe informazioni per iniziare le giornate messicane che, per ora, sono lontane anni luce da quelle europee. Fra un’ora devo andare al lavoro. Scenderò da casa senza sfiorare la ringhiera. Guiderò la mia auto fino in ufficio. Saluterò a distanza preventiva i colleghi all’ingresso. Eviterò di toccare ogni maniglia, le sedie, la scrivania, gli spazi comuni. E, come la peggiore delle ladre, mi avvicinerò mille volte al tavolo di fianco alla reception dove, solitario, silenzioso, mi attende il dispenser del gel antibatterico. Prezioso liquido che già adesso non si trova da nessuna parte e che solo i grandi alberghi hanno in quantità sufficiente da poter farmi disinfettare le mani ogni cinque minuti. Sto pensando di portar oggi con me una bottiglietta d’acqua vuota e riempirla col pregiato e introvabile gel…

Qua in Messico non c’è mai silenzio. La musica, che da un paio di settimane dà appuntamento nei balconi di Italia e – paesi normalmente individualisti, introversi, raccolti nelle proprie dimore – è normale sentirla da queste parti

E se non ti piace il reaggetòn, la cumbia, o talvolta il rock, devi fartene una ragione, perché qua la gente la musica a casa la mette, e anche forte. Quindi, quando vedo i video dei miei amici italo-spagnoli ballare alle loro finestre, penso a cosa farebbero i messicani di nuovo e diverso dal solito, se il divieto di uscita dovesse arrivare, visto che qua si balla sempre e comunque.

Il saluto europeo è diverso in ogni Paese, visto che in Spagna c’è l’abitudine di scambiarci due baci, in Italia un bacio e la stretta di mano. In Inghilterra la stretta di mano ci unisce e, per i più timidi nei Paesi Bassi, un mezzo sorriso basta per far capire al tuo interlocutore che sei felice di vederlo.

Qua in Messico abbiamo l’abitudine di unire i cuori. Questo perché qui per salutare gli altri non basta un bacio. Dobbiamo accompagnarlo da un caloroso abbraccio che ci avvicini. E io ora mi chiedo come faremo a congedarci da un’abitudine che va avanti da secoli? Altri rischi, altre sfide in quel del Messico, mi dico!
Qui questo virus potrebbe essere in grado di viaggiare alla velocità della luce e diventare epidemia in un batter d’occhio.

E poi, il mangiare, signori. Ci sono quei posticini deliziosi per strada, i baracchini (che non tutti voi saresti disposti ad affrontare) che fanno delizie come le farebbe qualsiasi mamma del sud dell’Italia. Posti dove l’igiene non brilla, dove il grasso cola ovunque ma dove comunque il profumo che arriva è talmente invitante da farti dimenticare che tu non hai lavato le mani, che nemmeno quello che cucina lo avrà fatto, così da farti piombare davanti al tizio per dire, sorridente: “…dos tacos de arrachera, por favor!”.

Ecco, mi chiedo come farà il governo messicano a impedire questa saporita tradizione del cibo per strada. Siamo a rischio sicuramente, perché io non riesco nemmeno a immaginare le persone di qua che si mettano improvvisamente a pulire tutto prima di toccare ogni cosa, compreso il cibo.

Eppure, la vita qui ancora gira come se niente fosse. Come se dall’altra parte del mondo, nel vecchio continente, non stesse morendo nessuno

Sebbene alcuni alberghi abbiano chiuso come misura di sicurezza economica (e non di salute), perché tenere aperte delle grandi strutture alberghiere senza turisti rappresenterebbe un danno assurdo in termine di denaro. La gente continua a girare, passeggiare mano nella mano, baciarsi in riva al mare.

Anche perché il loro Presidente, il Sig. Obrador, in queste ore sta invitando tutti i messicani a continuare ad uscire. A spendere soldi nei ristoranti e a far girare l’economia. Perché, secondo lui, i messicani sono più forti rispetto a tutti gli altri abitanti del pianeta e non subiranno l’ira di questo irrefrenabile virus. E io li osservo, un po’ invidiosa della loro noncuranza, perché vorrei anch’io vivere un po’ così, ignorante. Distaccata dai problemi che invece hanno bloccato la vita e i miracoli di migliaia di persone in tutto il mondo. Li guardo interagire e penso ai miei cari, costretti a salutarsi, da settimane, attraverso uno schermo.

In tutto questo rifletto. La mia vita non cambierà tantissimo, quando questo virus diventerà una reale minaccia anche in Messico. Abituata tanto a viaggiare quanto a restare a casa da sola, non ho paura dei tempi al chiuso. Odio pulire, e se penso che ora è doveroso farlo, il pensiero mi secca molto, lo confesso.

Ma se penso a quando i miei capi mi manderanno a casa, mi si illumina lo sguardo considerando il giretto che ho fatto nel negozio di pittura, l’acquisto di colori e pennelli e le ore e giorni che passerò davanti a nuove e bianchissime tele, a colorare.

Penso ai libri che devo ancora leggere, e mi immagino sul divano, con la mia gatta sulla pancia, viaggiando con l’immaginazione e trasformandomi nei personaggi dei romanzi che mi attendono. Sto per pubblicare il mio secondo libro e sì, mi scoccia che non potrò presentarlo come avrei voluto, in grandi sale riempite di appassionati lettori. Magari l’uscita dovrà attendere e dovrò rimandare il tutto a tempi futuri. Ma non faccio che questo brutto pensiero ed eventuale realtà possa rovinare la mia giornata, il mio presente incerto e tutto quello che, penso, presto accadrà.

Sono scrittrice, pittrice e fotografa, e per il tempo che durerà la avrò sempre da fare. Ma sono appunto scrittrice, pittrice e fotografa, e quando tutto questo caos sarà passato, io mi troverò  – lavorativamente parlando – nel settore “servizi”.

Sarò una di quelle figure non necessarie per risollevare un’economia mondiale che si avvia verso un collasso totale

E che, nella sua ripresa, dovrà fare a meno di noi, gli artisti. Solo che, essendo una eterna ottimista, una persona di animo positivo e molto energica, penso che se dovrò rimboccarmi le maniche e fare dell’altro per andare avanti, lo farò.

In un mondo dove so che molti staranno peggio di me, e non avranno nemmeno la fortuna di poter viaggiare
con l’immaginazione e colorare i propri orizzonti, almeno su un pezzo di carta, io ce la farò. E impadronendomi dello slogan che gira già in Italia e in Spagna, e che presto lo farà anche nel resto del mondo, sono certa, mi dico e vi dico che: #andràtuttobene.

QUI le vostre testimonianze dal mondo