Il cambiamento: c’era una volta il futuro

Che piacere rivederti!” esclami rivedendo una vecchia conoscenza. E intanto pensi “Com’è cambiato!”. Difficile che non ci sia stato un cambiamento, in effetti. Il problema è che anche quella persona starà pensando lo stesso di te, mentre ti saluta a sua volta. Parte la giostra della trasformazione

Qualche settimana fa mi sono laureata e uno dei motivi che ha animato la mia mente non è stato solo il verde sgargiante della corona di alloro, ma una riflessione sulla parola cambiamento. Non c’è nulla da fare, mi guardo allo specchio e mi vedo differente, non per l’attestato di compimento degli studi o per un nuovo taglio di capelli. Mi vedo cambiata in termini di modalità di pensiero, di visione del mondo. Forse è proprio vero che l’esperienza sia legata al fattore tempo, più gli anni passano e più il nuovo si impone. Mi sento come in una barca che naviga nell’immensità del mare, come quando provi a guardare un punto fisso nell’indeterminatezza e piano piano che ti avvicini a lui si allontana e diventa un nuovo orizzonte da raggiungere. Sempre una corsa verso il futuro con mille fermate, corse e partenze spesso incongruenti.

Con un senso di timore sottile denuncio le lancette impazzite che dietro la trasparenza scorrono senza sosta, eppure mi rispondo dicendo che necessariamente il nostro io deve subire evoluzioni. Tante identità pirandelliane ci fanno sentire diversi e in trasformazione. Che confusione, attimi sospesi vogliono sedersi e prendere posto. Allora entra in scena lei, la memoria. Seleziona con la sua anima insidiosa il passato e concede in tal modo una forma al proprio hic et nunc. Come se avesse una penna in mano, trascrive ogni novità e la pagina non è più bianca, ma colorata dal cambiamento.


Caro Aristotele, niente paura

Ripenso alla mia me di anni fa e la frase che arriva senza ritardo sulla punta della lingua è: “Ero davvero così? Certo che ora sono proprio diversa!“. Che grande contraddizione, rinnegare con fare spontaneo qualche proprio comportamento o attitudine ora anacronistica. Allora la vera domanda è: bisogna avere paura dell’evoluzione, del mettersi in discussione, del mutamento? Cambiare idea per abbracciare il non simile, per esser vasti senza l’ossessione della chiusura. Siamo noi a raccontarci la storia della vita che abbiamo scelto e il controsenso non fa poi così paura. Forse nel doppio venti il principio di non contraddizione teorizzato dal filosofo Aristotele va contraddetto.

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