Il balcone tra antico e moderno: le sue interpretazioni

Il balcone, quella forma architettonica che regala un prolungamento della propria intimità, durante l’emergenza si è rivelato fondamentale. Ancora di più di una finestra aperta, l’uscita nel proprio balcone ha rappresentato anche, in questi giorni, un atto di unificazione sociale. Può risultare interessante, allora, interrogarci sul senso di questo spicchio verso il fuori

Nato come oggetto funzionale e diventato durante il Rinascimento e il Barocco, opera d’arte, il balcone è un’opportunità per connettersi con l’esterno. Osservare a distanza nel gioco dentro e fuori, sporgersi per osservare, salutare, conversare. Dal balcone di Romeo e Giulietta nel cuore di Verona, a quello virtuale della rete come metafora di apertura continua fino a quello di oggi durante la quarantena a causa del Covid-19, tanta storia.

Il balcone della modernità

Oggi Internet consente la consultazione di tanti contenuti diversi e se consideriamo il balcone come un elemento efficace alla comprensione di qualcosa di esterno al nostro microcosmo, allora, nella rete, ci sono mille porte spalancate, mille balconi appunto. Virtuali, fugaci, non materici eppure ingressi utili per scoprire.


C’è però un altro balcone tipico della modernità oltre a quello creato dalla tecnologia: la nostra salvezza in quarantena. Per chi ha avuto la fortuna di possedere il riquadro di cemento munito di ringhiera, esso si è rivelato in tutta la sua utilità. Ha assolto la funzione di connettore sociale, ha ospitato canti, flashmob, bandiere italiane e tanto altro. Molti l’hanno vissuto per la prima volta adibendo una sala da pranzo e a quel punto la libertà è diventata un tavolo pieghevole. C’è chi lo ha abbellito dandosi al giardinaggio, chi lo ha usato come lettino al mare, insomma, il balcone di oggi è uno stile di vita.

Visioni Simultanee

Vorrei riportare un famoso quadro dell’artista futurista Umberto Boccioni, Visioni Simultanee. Lo cito perché esemplifica la potenzialità di un balcone che si erge sopra la città, la gente, il movimento. In quel caso il fuori era vivo, in piena attività, quasi alienante.

Si vede una donna che, dalla ringhiera, si abbandona alla confusione dell’urbanizzazione, partecipa dalla sua postazione, si confonde. Nel 1911, data della composizione del dipinto, il rumore della vita cittadina irrompeva nella silenziosa abitazione privata.

Oggi è un po’ il contrario, ci affacciamo per trasmettere la nostra voce contro la sordità esterna. Il rumore viene da dentro, ma comunque vuole evadere. In qualche modo ci deve essere scambio, dialettica e il come passa in secondo piano.

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