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Intervista a Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

Ci avevano già provato nel 2005 con Non ti muovere, collezionando riconoscimenti e Nastri d’Argento

Ora Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto tornano a collaborare rispettivamente come sceneggiatrice e regista di Venuto al mondo, l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto dalla stessa Mazzantini. La storia racconta il viaggio di Gemma (Penelope Cruz) e di suo figlio Pietro (Pietro Castellitto) a Sarajevo, per visitare una dedicata alle vittime della guerra civile in cui sono presenti anche gli scatti realizzati dal padre del ragazzo, Diego (Emile Hirsch). Un’esperienza esistenziale, densa di ricordi indelebili e scandita da inaspettate rivelazioni.

L’intervista a Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

Come è iniziata questa avventura?
Mazzantini: “Pensavo al romanzo già all’epoca del conflitto nei Balcani, ma ho cominciato a scriverlo solo anni dopo. Volevo dar voce a questo popolo e alla sua voglia di sopravvivere e mi sono attentamente documentata sull’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia. Durante la guerra ci sono state innumerevoli vittime ma si è anche fatto tanto l’amore. Sotto le bombe gli abitanti hanno persino indetto un concorso di , di cui parlano gli in una splendida canzone (Miss Sarajevo, realizzata con Brian Eno e Luciano Pavarotti, ndr)”. Prosegue Castellitto: “Gli slavi sono dotati di un senso dell’umorismo alcolico e truce, alla Buster Keaton, che non hanno mai abbandonato, nemmeno nei momenti più drammatici”.

Come definireste Venuto al mondo?
C.: “Parafrasando Tarkovskij, direi che questo film è una dichiarazione d’amore, fatta attraverso archetipi come il tradimento, la fedeltà, la memoria, la rimozione, la maternità”.
M.: “Una storia di quelle che ti fanno tornare a casa con la voglia di stringerti a ciò che hai di più caro”.

Un azzardo, visto che in Italia parlare di emozioni forti è considerato quasi un peccato.
C.: “Ma io adoro peccare! Con questo progetto abbiamo voluto metterci in gioco e volare alto, usando come strumento il melodramma. Gli artisti non devono essere prudenti, devono sporcarsi le mani e rischiare, anche a costo di risultare ridicoli”.

Cosa potete dirci del numeroso cast?
C.: “È ricco di contrasti, proprio come Sarajevo: affianca star internazionali a giovani attori che si sono formati nei sottoscala. Dopo aver letto il libro, Penelope ha voluto fortemente la parte, nonostante nel romanzo Gemma sia descritta come un tipo anglosassone e freddo. La sua fisicità sensuale rende la protagonista ancor più tragica, perché contrasta con la sua incapacità di avere figli. Emile ci era piaciuto tantissimo in Into the Wild: è così pieno di talento! Come Adnan (il poeta Gojko), un interprete bosniaco che all’epoca del conflitto era solo un bambino, e Saadet (Aska), un’attrice turca di un’intensità straordinaria”.

E Pietro, vostro figlio. Come è stato lavorare con lui?
C.: “In un’intervista ha dichiarato che sul set litigavamo sempre, ma non è vero. Studia filosofia e devo dire che mi ha sorpreso il suo desiderio di recitare. Ho scoperto che è un attento osservatore e che riesce a ‘ingannarmi’. Sono un regista molto pignolo e preciso, ma in fase di montaggio ho colto delle sfumature nella sua interpretazione che non avevo notato durante le riprese”.

L’adattamento è stato complesso?
C.: “Personalmente lo considero un privilegio: è come se la mamma ti facesse trovare la pasta fresca già tirata. Certo, la versione originale del film è lunga quattro ore e mezzo, non è stato facile dimezzarle. Ci siamo riusciti tenendo solo le scene madre”.
M.: “Lavorare alla riduzione cinematografica di un tuo romanzo è un esercizio molto utile, perché ti spinge a concentrarti sull’essenziale. Devo dire che, nonostante il libro fosse molto denso di contenuti e di salti temporali, Sergio ha fatto un ottimo lavoro: il risultato è un film mainstream che conserva una vena autoriale”. Ai lettori (e spettatori) l’ultima parola.

In sala dall’8 novembre.