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Jorge Drexler

Ieri lunedì 26/06 Jorge Drexler è stato ospite graditissimo al Festival Latino Americando di Assago. In pochi mesi si è esibito per ben due volte  a Milano. Ricordiamo che la prima è stata questa primavera alla Salumeria della Musica, durante un concerto al quale avevano partecipato anche gli amici italiani Niccolò Fabi e Lorenzo Jovanotti.
Questa volta invece Drexler è stato accompagnato dal suo gruppo.
Ricordiamo che Jorge è un “giovane quarantenne” uruguaiano. Le sue collaborazioni con grandi artisti sudamericani sono diverse. La sua cultura è vasta ed eclettica: i suoi studi sono scientifici, lui stesso è medico, anche se non pratica più la professione. Per questo scrive testi che sono sicuramente poesie, ma mantengono qualcosa di scientifico  anche nella sperimentazione delle parole. Non a caso altre volte l’ho definito come un alchimista delle parole. Sì la sua musica è scientificità e romanticismo.
Le sue canzoni parlano di lui, della sua gente, di sentimento ma anche di materia, di sistemi nei quali nulla si crea e nulla si distrugge, dove tutto si trasforma, dove l’amore e l’energia positiva che dai ti ritorna. E’ un sistema dove tutto ha un inizio e una fine e per questo anche la tristezza è destinata ad andarsene e a far posto alla gioia.
Drexler racconta dalle sue origini che sono fatte da un miscuglio di genti: il padre Ebreo tedesco emigrato in Uruguay poco prima delle leggi razziali, la madre spagnola e uruguaiana. E suo figlio di 8 anni è ancora più frutto di tutte queste “mescle”: sua madre è nordica. Questa è l’essenza pacifica e così varia del popolo uruguaiano che Drexler esprime benissimo dicendo che si sente/è di tutti i lati e gli angoli del mondo, la sua case è alla frontiera. Di fatto, secondo lui, tutti siamo il frutto dell’unione misteriosa di amore e di casualità. L’amore è dato da due cariche opposte che cercano la stessa cosa. E poi il resto si impara, nella culla come nel letto, nella scuola … anche se a volte si dimentica durante le guerre.  Ha parlato anche di quella generazione che è quasi scomparsa ed è la generazione del genocidio.
Ma il suo concerto non è stato per nulla triste: il ritmo, l’ottimismo, la fiducia nel futuro e l’incanto per la bellezza delle piccole cose (dalle sue scarpe fatte a mano a Prato piuttosto che i sandali del suo amore comprati a Salvador de Bahia)  hanno travolto il pubblico.
Tutti questi temi sono rivestiti da parole curatissime, ricercate e al contempo così semplici. Di fatto, sono proprio le parole che avvolgono lo spettatore in un’atmosfera così reale ma anche fatta di stelle, misteri e fiumi.


Il pubblico gli è molto affezionato ed è stato molto caloroso. Per lo più composto da Uruguaiani di tutta Italia che si sono commossi per i temi trattati.
Drexler ha ampiamente ripagato il pubblico con professionalità e contemporaneamente con la semplicità che lo contraddistingue. Non si è comportato da grande divo, nonostante sia ormai conosciuto in tutto il mondo anche grazie all’Oscar. Alla fine dello spettacolo ha sconvolto il servizio di sicurezza perché ha voluto unirsi al pubblico ed ha accettato di parlare con noi, di firmare autografi e di fare fotografie con gente comune, anziani e bambini.
Gli ho chiesto cosa volesse che scrivessi in questo articolo. Mi ha risposto di scrivere quello che mi suggeriva il mio cuore. E il mio cuore suggerisce un immenso senso di gratitudine per avermi fatto ricordare e respirare il profumo della città di Montevideo. E’ così particolare perché emana dal Rio della Plata e della sua terra così fertile. L’ho sentito improvvisamente quando Drexler ha cantato “Al otro lado del rio”, colonna sonora del film “I diari della motocicletta – In viaggio con il Che”. Proprio questo brano ha vinto quest’anno l’Oscar come miglior canzone (per la prima volta nella storia il titolo non è andato ad un autore in lingua inglese). 
Grazie Jorge (come è difficile pronunciare questo nome per noi Italiani!) e ti aspettiamo alla prossima!!!!



 



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