Intervista a Gianluca Giraudo

Ignacio è un uomo di mezza età, un professore stimato, padre e marito esemplare che un bel giorno decide di scappare, improvvisamente, senza lasciare traccia.

Gianluca Giraudo è un giovane scrittore (classe 1990), già autore per Mucchio Selvaggio, Minima&Moralia; e Nazione Indiana, che un bel giorno decide di scrivere Quello che non sono mi assomiglia. Il suo primo romanzo – dalle pagine numerate al contrario, come d’abitudine per la sua casa editrice, Autori Riuniti – narra proprio le vicende di Ignacio e di altre nove persone più o meno legate a lui. Ogni capitolo è una persona diversa, una storia, un viaggio che Gianluca, cuneese di nascita, romano di adozione, decide di far compiere ai suoi lettori.

Una sorta di Uno, nessuno e centomila tra dieci, cento, mille cose non dette e solitudini subite o desiderate. Un capitolo dopo l’altro. Come una puntata dopo l’altra di una serie di Netflix da rivedere ancora, con tutti i riferimenti, le suggestioni e le sfumature cinematografiche del caso.

Al suo romanzo è impossibile non affezionarsi. Si arriva alla fine e si vuole sapere che ne sarà, adesso, di tutti quei nomi incontrati per strada, se si vedranno ancora, se ci saranno alla presentazione del libro a Milano, domenica 8 aprile, all’Ostello Bello di via Medici 4 (ore 17, ingresso libero). Nell’attesa, abbiamo incontrato l’autore.

Sei mai sparito da qualcosa o da qualcuno, un po’ come accade al protagonista del tuo libro?
“Come Ignacio, sono fuggito in passato, ma forse solo da me stesso. Al suo contrario, mi sono sentito sempre molto attaccato, direi incollato, a tutto ciò che è esterno da me. Devo ammettere che lo invidio”.

Da dove è nata l’esigenza di scrivere il romanzo?
“Per un anno ho lavorato in un ufficio e dopo una riunione, a un caffè, condividendo dei pettegolezzi, mi sono ritrovato a pensare: ‘qualcuno dovrebbe scrivere tutto questo’. Allo stesso modo, vivendo la mia vita privata con amici, parenti e partner. La molla è scattata concretamente quando ho avuto bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno: ora tu mi stai ad ascoltare, vedrai quanto valgo”.

Ogni capitolo corrisponde al nome di una persona che si racconta al lettore. C’è qualcosa di te in qualcuno di loro?
“Se fossi stato in grado di sintetizzare la mia voce in unico personaggio, questo libro non esisterebbe. Il punto è proprio l’incapacità di darsi un’identità e di sapersi descrivere in modo assoluto, slegato dagli altri. Gianluca è, sicuramente, il sottotesto del nome di ogni personaggio e il libro riflette questo mio approccio: io non sono nessuno dei dieci personaggi, ma tutti e dieci sono me”.

Tra i personaggi c’è anche Livia, con la sua passione per la scrittura. Racconta che chi non sa scrivere si divide in due categorie: chi è convinto che sia un dono innato e chi pensa che si tratti di una tecnica da imparare, quasi come la matematica.
“Due posizioni che estremizzano quello che sento spesso sulla scrittura. C’è chi ne ha un’idea romantica e chi un’idea più disincantata. Quando ho iniziato a scrivere mi sentivo più vicino ai primi: la scrittura ti rende libero e, in un certo senso, ti nobilita. Mentre avanzava la prospettiva della pubblicazione, mi sono spostato verso i secondi: scrivere è anche pesante, ha delle scadenze come un lavoro qualsiasi, è una tecnica in cui devi eccellere perché ti vedranno tutti. Questo ha certamente a che fare con il passaggio dal privato al pubblico”.

Mi ha colpito la dedica: Questo libro è per la mia famiglia.
“È un piccolo omaggio ai miei genitori e alle mie due sorelle che hanno fatto – e continuano a fare – molto per me. Solo a loro, che più di tutti hanno contribuito a fare di me quello che sono ora, poteva andare la dedica”.

Conosci Milano? Hai un luogo del cuore?
“La conosco poco, purtroppo. Sulla scrivania ho una polaroid scattata una notte sui Navigli. Sono con delle amiche e ogni giorno quella foto è lì davanti a me, anche se sono venuto malissimo. A volte penso al Parco Sempione perché ci ho passato dei bei pomeriggi e poi porto con me il ricordo di una cena da Orto erbe e cucina (via Ferrari 3): un posto molto carino, familiare, dove ritornerei volentieri”.

Scriverai ancora?
“Per lavoro scrivo già molto: ora i miei pensieri sono indirizzati lì. Per quanto riguarda la narrativa ho buttato giù delle idee nuove, almeno tre: ma è presto per dire se si estenderanno e, ancora di più, se arriveranno in libreria. Per me è centrale non forzarmi: il mondo è già pieno di libri meravigliosi con cui passare il tempo. Se a questi ne saprò aggiungere uno mio, di certo arriverà il suo momento”.