Chiusura dei teatri, Alberto Oliva: Non è questo il mondo in cui vorrei vivere

Le istituzioni? Persone allo sbando. Le alternative in streaming? Non hanno senso, il teatro è qualcosa di fisico e immediato. La società? Malata, almeno nell’anima. Il regista milanese Alberto Oliva ci dice la sua sulla decisione, stabilita dall’ultimo decreto, di chiudere i teatri di fronte all’emergenza sanitaria. “Non è questo il mondo in cui avrei voluto vivere”

Altro che Delitto e Castigo. Leggerezza e sufficienza. Vigliaccheria e malanno dell’anima. Calpestati e ridotti al silenzio. Alberto Oliva, classe 1984, premiato regista milanese, autore, scrittore, ha le idee molto chiare. “Sono molto deluso dalla leggerezza e dalla sufficienza con cui il teatro è stato calpestato e ridotto al silenzio in un momento così delicato come questo“, racconta a noi di Milanodabere.it. L’argomento è la sospensione degli spettacoli e la chiusura dei teatri, almeno fino al 3 aprile, di fronte all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Un intero settore, dunque, uno dei tantissimi, costretto a fermarsi, con le mille difficoltà del caso. Oppure a reagire, facendo sentire a gran voce un’opinione chiara e senza tante mezze misure.

Un’opinione chiara e senza mezze misure, Alberto, come la tua.
Il comitato scientifico ha detto che l’emergenza è seria e che vanno prese misure drastiche. Il governo, pavido e incapace di assumersi appieno le responsabilità, ha sacrificato i settori deboli e ha salvato quelli più forti. Rischiando, così, di creare più danni che benefici alla salute delle persone con misure contraddittorie, incomplete, incerte che rischiano di lasciarci nell’emergenza per molto più di un mese. Creando con certezza una dura crisi economica che lascerà sul campo molte vittime. Specialmente se sul fronte sanitario non saranno state efficaci.


Pensi che possano esistere delle soluzioni alternative, come la programmazione di spettacoli o letture in streaming, e che queste possano essere efficaci?
La forza del teatro è quella di essere spettacolo dal vivo. Questa e solo questa è la sua forza. Tra uno spettacolo teatrale in streaming e una bella serie su Netflix, non ho nessun dubbio su che cosa scegliere. E non è una provocazione, ma una rivendicazione del fatto che il senso del teatro sta nella compresenza fisica e immediata di attore e spettatore. Senza quello, non è teatro. Allora molto meglio un bel film o un bel libro. Anche perché lo streaming fatto con i cellulari ha una qualità che svilisce completamente il prodotto.

Diverso sarebbe, però, se la televisione decidesse di stravolgere completamente i suoi palinsesti. Magari mettendo al centro il teatro per riconoscerne il valore durante questo mese di chiusura. Con una programmazione d’emergenza che mettesse al centro delle prime serate Rai le nuove produzioni che stanno saltando nei teatri di tutta Italia.

Qual è il messaggio da far sapere in questo momento alla società?
Una società che considera la cultura un accessorio superfluo dei tempi felici e non la medicina dei tempi bui è una società malata. Abbiamo scelto di essere sani nel corpo e malati nell’anima. Vorrei che la prossima rinascita della cultura si chiamasse “Sani di mente”, perché solo questo è il senso della cultura. Sono molto deluso dalla leggerezza e dalla sufficienza con cui il settore è stato calpestato e ridotto al silenzio in un momento così delicato. Questo non significa che la salute non è importante, ma che questa società ha dei pesi sbagliati. Il valore della vita non deve limitarsi alla vita in senso biologico, invece purtroppo oggi è così.

Chi risponde “Tanto passerà e si ritornerà alla normalità” non si rende conto che la normalità di questa società relega la cultura a lusso inutile. E questo non è il mondo in cui avrei voluto vivere. 

E alle istituzioni?
Credo che a governare in questo momento ci sia una classe dirigente completamente inadeguata e incapace di assumersi le responsabilità che il ruolo richiede. Sono persone allo sbando, guidate dall’umore dei social e da una grave forma di vigliaccheria. Senza idee e senza una direzione chiara. Le precauzioni sanitarie adottate sono probabilmente inevitabili e magari giuste (tolte le evidenti contraddizioni, forse bisognava essere anche più drastici). Ma la gestione è vile, grottesca (vedi mascherine sulla faccia e “topi vivi”), pavida. Cari governanti, metteteci la faccia, non nascondetevi dietro “la scienza” e la tutela della vostra posizione.

I teatri, aperti e attivi, potrebbero aiutare in qualche modo la società così impaurita in questo difficile periodo storico?
Certo che può. Ma per farlo bisogna saperlo ascoltare. E la voglia, invece, mi sembra che sia quella di tapparsi gli occhi, il naso, la bocca e le orecchie, immergendosi sott’acqua. Senza bombole di ossigeno. Come quando per paura di affogare, affoghi. Navighiamo a vista e affondiamo alla cieca. Il teatro avrebbe potuto farci tenere gli occhi aperti.

Speriamo che questa chiusura forzata sia necessaria, e soprattutto salutare sia per sconfiggere questo brutto virus, sia per sviluppare un bisogno e una voglia che ci diano nuovo entusiasmo quando tutto questo sarà passato. Viva il teatro!

Leggi anche:

Chiusura dei teatri, “Il nostro settore non se lo merita”