Alessandro Tambresoni

Alessandro Tambresoni e Starman, l’omino delle stelle

Alessandro Tambresoni è l’artista di Starman, l’omino delle stelle, nato dall’incontro con un ragazzo autistico. “È solo un’immagine bellissima, nessun fattore umano”. L’intervista

Se solo David Bowie sapesse che il suo Starman waiting in the sky, he’d like to come and meet us…, se sapesse, si scriveva, che la sua creatura ha preso vita per davvero: potrebbe essere l’opera dalle sembianze antropomorfe dell’artista Alessandro Tambresoni, ligure, 44 anni, un vero piccolo genio. “In realtà si chiama Starman perché è un omino e assomiglia a una piccola stella – precisa l’artista, grande fan del Duca Bianco, non a caso, ma anche di Calcutta – ma sì, in effetti, ripensandoci, può esserci un’affinità con il testo di quella canzone“.

Andiamo con ordine. Alessandro Tambresoni, diplomato all’Istituto d’Arte e specializzato in restauro, è un artista pop dal marchio di fabbrica ben definito, il suo Starman, appunto, che “È come un figlio per me“. Vive e lavora a Pietra Ligure, a due passi dal mare, “Ti faccio sentire le onde, le senti?” tenta la prova al telefono, quando lo chiamo. Le sue creature però si trovano esposte qui a Milano, presso l’Arcadia Art Gallery, in Ripa di Porta Ticinese 61 (02 8375787 – info@arcadiagallery.com).

Adesso la storia di Starman, il suo omino pop a tre teste, coloratissimo, riprodotto prima su tela e poi sui cofani delle macchine (tempo di realizzazione: due mesi). È qualcosa che tocca nel profondo. “Starman è nato osservando il movimento di un ragazzo autistico, durante la mia tesi di laurea, quando ero in un istituto con dei ragazzi con problemi psichici e mentali. Per un anno ho raccolto i loro disegni, li ho fatti dipingere senza pormi troppe domande, mi concentravo solo sui colori e sui tratti che usavano“.

E poi?
Poi ho notato Massimo, autistico, che mentre disegnava dondolava come un metronomo e l’immagine mi ha folgorato. È stata una bellissima pugnalata. Aveva una tale innocenza e dolcezza nel farlo che il mio cuore in pezzi si è separato. Da questa visione è nato Starman, il mio giocoso omino delle stelle. Il primo ha le sembianze di una figura umana con tre teste, proprio per indicare il movimento, da destra verso sinistra.

Alessandro, è una storia stupenda. Con la tua arte, in qualche modo, poni l’attenzione nei confronti di una condizione importante come quella dell’autismo.
Ti freno subito: non c’è intenzione di porre l’accento nei confronti dell’autismo, non è un fattore umano ma qualcosa di puramente estetico. Si tratta solo di un’immagine bellissima, più carica di bellezza, appunto, e meno di umanità. Poi ognuno ci vede quello che vuole, l’arte è a libera interpretazione.

E a questo punto, a chi vi scrive, torna alla mente il caro Bowie, che del suo Starman cantava Let the children lose it, Let the children use it, Let all the children boogie (Starman, 1972). Lascia che ognuno ne faccia ciò che vuole.

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Come hai iniziato?
Comincia tutto con le mappe mentali: gli Starman sono piccolissimi, disegnati su mappe che non portano da nessuna parte, sono tele, dove ho dipinto con smalto e pennarelli. Poi i miei omini delle stelle hanno preso vita e sono diventati, ad esempio, le immagini sui cofani delle auto, dove prima li ho disegnati e poi dipinti con degli smalti da carrozzeria.

Nei cofani delle macchine riproduci anche delle figure “maledette”. Da Jimy Hendrix a Amy Winehouse.
Volevo fare una collezione sul Club 27, Jimy Hendrix, Amy Winehouse, Janis Joplin, Jim Morrison e tutte le altre rockstar morte all’età di 27 anni. È stato il gallerista a consigliarmi di spaziare e di creare qualcosa di più adatto a tutti. Così tra le mie opere ora ci sono Starman che raffigurano anche Grace Kelly oppure Audrey Hepburn.

Perché proprio nel cofano di una macchina?
Lo trovo originale, sento di aver creato qualcosa di mio e basta. Poi sono tutti cofani usati, ognuno ha una storia, chissà quell’auto dov’è andata o a chi apparteneva prima. Il cofano dove ho creato Amy Winehouse era di un’auto degli anni Settanta che arrivava dalla Germania. È molto più di un pezzo di ferro, è un pezzo di ferro che è stato di qualcuno, a cui qualcuno ha voluto bene.

Insomma, sono macchine di cui non conosci il proprietario. E nel cofano della tua macchina, invece, che sai benissimo chi la guida, cosa disegneresti?
Non saprei, non mi sono mai innamorato di nessuno dei miei lavori. Magari accade per i primi due o tre giorni ma poi non mi dispiace liberarmene. Mi piace sperimentare e cambiare sempre, non metto mai niente in cassaforte. Forse farei Calcutta, perché è il cantante che mi piace in questo momento, ma chissà. Mi definisco libero, come dovrebbe essere un artista. David Bowie diceva: Se qualcosa ti viene bene, allora buttala, vuol dire che hai imparato a farla.

Ti senti libero e ti si può definire pop. Chi è per te l’artista più grande in assoluto?
Ti stupirò: mi sento pop ma il più grande disegnatore della storia è Raffaello. Raffaello è pop: la Madonna della Rosa, un suo capolavoro che si trova al Museo del Prado di Madrid, è un gesto di coraggio enorme, è quasi tutto monocromatico ma c’è uno squarcio di colore che è un vero e proprio azzardo. È come fare una Ferrari e poi rovesciare sopra alla macchina una secchiata di vernice blu. Mi sono messo a piangere appena ho visto quel quadro, mi colpisce il coraggio e la potenza.

Cos’è il pop, allora?
Tutto quello che è facilmente digeribile dal popolo, di immediato gradimento.

Non si rischia, così, di essere banali?
Anche, perché no. Per essere gradevole, una cosa, non deve essere troppo sofisticata. Dietro a un’opera, però, c’è sempre un gran lavoro, che a me, personalmente, non spaventa, anche perché non so mai dove mi possa portare. La banalità non è negativa.