Take That, batticuore a San Siro

Robbie Williams e compagni sbarcano a Milano e regalano ai fan uno show tecnologico

Ovazioni a San Siro perché sono tornati tutti assieme i Take That, su un palco gigante con una lunga passerella per uno show musicale vestito di tecnologia. Gary Barlow, Jason Orange, Mark Owen e Howard Donald, che negli anni '90 hanno fatto sorseggiare pop a milioni di ragazzine, sono entrati in scena alle 21 in punto.

URAGANO ROBBIE - La prima mezz'ora è stata tutta per loro tra Rule the World e un omaggio corale all'Italia con l'inno di Mameli. Mancava ancora il quinto, l'atteso divo, sbucato a San Siro da un maxi schermo gigante, alla maniera di un supereroe della Marvel. Il "re della serata" si chiamava Robbie Williams, energico e dominatore della scena, portatore sano dell'impronta di questo live: un musical più che un concerto. Costumi, ballerini e coreografie sotto il vessillo di citazioni letterarie e visionarie, nell’incanto psichedelico dalla Sgt. Pepper dei vicini di casa – distanza ravvicinata tra la Manchester dei Take That e la Liverpool dei Beatles – a A Walk on The Wild Side di Lou Reed.

SEPARATI IN CASA - Il pop dei Take That è stato il lecca-lecca di una generazione e ha facilitato il pattinaggio sulle romanticherie, da Feel ad Angels. L'assolo di Robbie si è rivelato un uragano di saette su pezzi come Rock DJ e Come Undone. Si sa che le reunion a volte finiscono per essere nostalgiche – lo sanno le mamme imboscate tra i 40 mila di San Siro – e allo stesso tempo ritagli di diari polverosi per cui forse niente tornerà più come prima. I cinque moschettieri di Manchester l'hanno buttata sullo scherzo e, pur facendo gruppo nell'ultima parte, sulla scia di SOS, Kids, Back For Good e Relight My Fire, nascondevano gli atteggiamenti di una separazione in casa.

BATTICUORI - La musica è anche festa e sa nascondere i lividi al momento giusto. Il robottone al centro della scena si coricava e si rialzava proprio come hanno fatto i Take That. Mettendo da parte gli snobismi intellettuali, quei cinque ragazzotti hanno fatto da colonna sonora all'ultimo batticuore del decennio che si portava via il secolo scorso. Gran finale: hanno abolito le distanze del divismo, scendendo dal palco a salutare la folla, a stringere mani, a lanciare sguardi, a far sognare chi si è innamorato sulle loro canzoni.