Zorro

Randagi si nasce o si diventa? Ce lo svelano Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

Eravamo abituati a pensare a Zorro con il suo mantello nero, con quella maschera che celava la geografia del viso, con quel suo andamento sicuro che avrebbe spaventato anche il più impavido. Se qualcuno lo avesse dimenticato, quando passava Zorro, chi si trovava dalle sue parti tremava come una foglia.

Margaret Mazzantini, scrittrice di talento ma anche attrice diplomata all'Accademia Silvio D'Amico di Roma, svuota questa maschera e le assegna un volto: è quello di un homeless, di un barbone, di un randagio, che non ne vuole proprio sapere di assomigliare a qualcuno ma è un'anima errante in questo mondo sordo.

Sul palcoscenico del Teatro Strehler ci sono due sedie, due leggii. Dal fondo della sala arrivano un uomo e una donna: lui è Sergio Castellitto, lei è Margaret Mazzantini, nella vita sono marito e moglie, nella finzione di questo spettacolo diventano l'io-narrante di stati d'animo, di un percorso di vita, di piccole ferite che sono ancora aperte e sono destinate a rimanere tali nel petto degli emarginati, dei diseredati, dei barboni.

"No, Zorro non pretende. Zorro non tende la mano, Zorro ha i pugni chiusi. Zorro ha fatto una scelta. Certo, il destino gli ha dato una mano, il calcione gli ha dato, il destino", racconta Lei. Pausa. C'è Patty Pravo che canta "Ragazzo Triste". Lui riprende: "Cos'hai, bella signora? Hai paura che t'inghiotto il figliolo? La miseria ti fa paura, quel colpo malvagio del destino che a te per fortuna non è toccato?". Mazzantini sceglie l'interiorità del flusso di coscienza joyciano per far sprigionare questo magma incandescente di parole che, riappropiandosi di certe atmosfere degli scrittori della beat generation d'oltreoceano, mettono in subbuglio la coscienza dello spettatore. Applausi a scena aperta per "Zorro", in cartellone fino al 12 marzo.