Woodkid

Intimismo e seduzione vocale, tra scosse visive e tribalità. Il palco dell'Elita Festival è catturato da una voce

Battiti irregolari. Luci (fredde) che percorrono e disegnano lo spazio. Gli oboi e i tromboni che a-temporalizzano. I video scorrono veloci, senza colori. Come i musicisti, simmetrici sul palco. Neri. E poi lui, Yoann Lemoine, unica presenza parzialmente bianca, dall'anima chiara. Le cromature non servono quando la voce è così distintiva: una lieve venatura baritonale, molto profonda, quasi ancestrale e assolutamente imprevedibile. Capace di elevarsi all'improvviso, di salire sulle nuvole pentagrammate. Il corpo salta quando i falsetti si fanno quasi tribali, si fa inseguire dagli spettri di luce, che lo sfiorano, lo definiscono senza toccarlo davvero. A possederlo è la musica, che vibra e riempie la platea rapita del Franco Parenti in un armonico equilibrio. Fiati, tastiere e percussioni sono le note di un alfabeto della mise en scene, tanto quanto le geometrie luminose e i contributi visivi orchestrati con la classe che solo un regista può avere. Il ragazzo di legno ha un cuore colto: dirige le immagini, intesse le note, ricama le parole. Anche il respiro, il suo, pare musica, le mani scandiscono linee melodiche e la schiena segue orbite sospese nel tempo. Conquest of spaces traghetta le anime nel cosmo. Run boy run è vibrante ed energica. I love you smuove. The golden age profuma di Medioevo. Iron è solenne e ferina. The other side, in coda, si veste di rosso, come la passione di chi crede in un'arte totale, nonostante tutto.
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