Un tram che si chiama desiderio

Una rilettura accecante e psicoanalitica di Tennessee Williams

Che reazione può avere uno spettatore se, al suo ingresso in platea, viene accolto da una luce accecante e dritta ad altezza occhi? Certamente, in qualche modo, smette di sentirsi al sicuro. Immaginiamo, poi, che la scena dietro questo enorme abbaglio s'intraveda appena, allestita con praticabili bianchi, simili a carcasse di letti, tavoli, vasche da bagno. Un ammasso di scheletri di mobili con le ruote. È così che il regista Antonio Latella accoglie il pubblico nella sua versione di Un Tram che si chiama desiderio, andato in scena al Teatro Grassi fino al 24 marzo. Una reinterpretazione che offre l'opportunità di rivivere una storia già nota da un punto di vista del tutto nuovo. 

SPAZI SCENICI E MENTALI
- A introdurci nella casa di New Orleans è il medico - nell'opera originale una figura quasi di servizio che interviene solo alla fine - che qui diviene narratore e presenza costante fin dalla prima battuta. Perché tutto, in questa rilettura, ha origine proprio dall'epilogo e si svolge poi a ritroso su un altro piano rispetto alla realtà: la dimensione mentale di Blanche, che diventa spazio scenico, il vero luogo dell'azione. Da questo presupposto nasce ogni scelta, da quelle registiche (l'avvicendarsi di luce insopportabile e buio, rumori assordanti, ritmi serrati e improvvise sospensioni) fino a quella degli stessi protagonisti, a tratti lontani dalle figure descritte nel testo di Tennessee Williams e nel film di Elia Kazan.

NEL CUORE DELLA FOLLIA - Così, attraverso gli occhi di Blanche, si scopre una Stella sorprendentemente lasciva, spregiudicata e quasi più folle di sua sorella e un Mitch, l'uomo che fa la corte alla protagonista, decisamente più sensuale della versione goffa e impacciata che tutti ricordiamo. Il dramma si costruisce in un crescendo ben calibrato, che prende lo spettatore per mano, lo conduce nel cuore della follia della protagonista e poi lo abbandona lì, a saltare al centro del palco insieme a lei mentre la pazzia la invade sulle note dei System of a Down.