Per farla finita con il giudizio di Dio

La follia e il genio di Antonin Artaud si scagliano nell'intima luce dell'Arsenale, con la regia di Annig Raimondi

Il Teatro Arsenale custodisce gelosamente l'amore per un autore inaccessibile e autentico del nostro tempo, Antonin Artaud, portando in scena la controversa conversazione fra reale e irrazionale, nell'opera Per farla finita con il giudizio di Dio, con la regia di Annig Raimondi. In scena sino al 3 febbraio.

LA CENSURA DEL VERO - A lungo compromesso e censurato dalla critica, il testo Per farla finita col giudizio di Dio, nasce nel 1947, con la proposta fatta dal direttore radiofonico Fernand Pouey, all'attore e poeta Artaud, di registrare una trasmissione. Il risultato è una controversa performance che, attraverso xilofoni e strumenti che modificano la voce, segue l'escursus apparentemente illogico dell'autore francese, sfociando in una cruda ammissione dei limiti umani di fronte ad una condizione crudele. La pièce radiofonica è bloccata, essendo tacciata d'essere blasfema, violenta e folle. Il risultato è una censura di 40 anni nei quali la testimoninanza di una memoria lucida e schiacciante è messa a tacere. Il silenzio è interrotto nel 1999.

LA VIOLENZA DEI CORPI - Annig Raimondi porta in scena la mostruosa complessità linguistica di Artaud, scegliendo un testo che vive nell'alternanza scenica fra corpi e violente espressioni dei sentimenti, attraverso musica, filmati e soprattutto presenza scenica rumorosa e celbrativa. Il palcoscenico è dominato dalla stessa regista, insieme al collega Riccardo Magherini, per una performance dove l'incestuoso rapporto padre figlia scuote e affonda le note profonde della crudeltà fra esseri umani. Il tempo che investe i ruoli e le vite dei protagonisti non è cieco, la verità si staglia sulle loro vite velate dalla morbosità. Su tutto domina la critica feroce che piove, per bocca dei due protagonisti, su tutto il contemporaneo: dall'America e il suo progresso sordo all'umanità, sino al tabù teologico del giudizio di Dio. La rabbia di Artaud arriva manifestando la libertà verso il temuto giudizio divino. Lo strazio del corpo della Raimondi rende l'immagine potente di un supplizio che porta a questa libertà, così come il folle monologo fatto quasi in estasi da Riccardo Magherini, traduce la drastica necessità di libertà dell'uomo auspicata da Artaud.

GLI STRUMENTI - Lo spettacolo complesso e poco intuitivo, è arricchito da una scenografia dove la multimedialità diviene il linguaggio parallelo dei corpi umani tradizionali. Un filmato scorre costante come fondale, in bianco e nero recita insistentemente la preparazione di un lui e una lei, la musica è presenza sonora e scenica attraverso una consolle, la scena è tagliata in obliquo da una fascia di microchip verdi, al cui centro un trono fittizio diviene il punto focale delle azioni. Un video lacera la scena, con la nenia di una voce nipponica che simula un combattimento e in un angolo, una luce calda diviene il leggio intimo della verità di Artaud, per bocca di Annig Raimondi.