Napoli e il Teatro San Carlo

Agli antichi splendori del regio teatro partenopeo sulle orme di un Socrate Immaginario

Ci sarà pure qualcuno che ricorderà il ruolo di Napoli nell'Europa settecentesca. Quando si arriva a piazza del Plebiscito, nel cuore del capoluogo partenopeo, si ha la sensazione di trovarsi in un crocevia pluriculturale. Facendo un girotondo e guardando in diversi angoli, dai nascosti quartieri spagnoli all'apertura panoramica sul meraviglio golfo di Napoli, è facile imbattersi in quelle popolazioni che dominarono quella che gli antichi greci avevano chiamato Neapolis.

Mettendo da parte dissapori e vecchi rancori storici, va riconosciuto un merito a sua Altezza Reale Carlo di Borbone: la costruzione nel 1737 del teatro San Carlo, il più antico teatro operante in Europa e piccolo gioiello architettonico di tutti i tempi. Soffermandomi in silenzio davanti al suo ingresso, mi sembra di ritrovare il potere regio di una città che fu invidiata culla culturale di un regno che la fece diventare capitale inespugnabile.

Entrando nel teatro si resta senza fiato di fronte ad un palcoscenico che ha ospitato i più grandi melodrammi di tutti i tempi. Tuttavia, quale miglior modo di sedersi come spettatore del teatro San Carlo, se non quello di applaudire un'opera comica in due atti diretta dal grande maestro Roberto De Simone? Sì, proprio lo stesso De Simone che con la Nuova Compagnia di Canto Popolare riuscì a far sposare la classicità partenopea con il folk. Lo stesso De Simone a cui va il merito di essere stato "un grande archeologo culturale" che ha recuperato un genere quasi dimenticato: l'opera buffa settecentesca di scuola napoletana.

Ed è proprio da spettatore accorto che mi godo una produzione del teatro regio partenopeo: Socrate Immaginario, commedia per musica di Giovanni Paisiello su libretto di Gianbattista Lorenzi. E chi lo avrebbe mantenuto re Ferdinando IV, che volle a tutti i costi farsi rappresentare questa provocante opera buffa direttamente a Palazzo Reale. Siamo nella seconda metà del settecento e la mania di don Tammaro (Simon Orfili) è quella di fingersi un Socrate illuminista, dopo aver letto una pila interminabile di classici greci. Così il pubblico del San Carlo non può che divertirsi dinanzi alle stramberie del protagonista: dai nomi greci utilizzati per chiamare chiunque lo circondi a la volontà di far sposare sua figlia ad un barbiere, seguace attento in filosofia.

De Simone con la sua impeccabile regia alterna con garbo ed equlibrio compositivo le parti cantate con quelle recitate valorizzando soprattutto il movimento dei personaggi sullo sfondo della splendida scenografia di Nicola Rubertelli. Per il protogonista, immaginare di essere il filosofo greco diventa più di un'idiosincrasia, quasi una necessità dell'essere così come accade nel "Malato immaginario" di Molière. Nel cast si segnalano l'imprevedibile Gloria Scalchi (donna Rosa), la grintosa Renata Fusco (Eleonora Pimentel) e il poco convincente Antonio Lubrano (Don Ferdinando Galiani).