Milva canta Brecht

Il canto del cigno dai capelli rossi trasforma la poesia in canzoni, e le canzoni in gran teatro sul palco dello Strehler

Il canto del cigno arriva pian piano, ti cattura da dietro e ti porta lontano nel momento in cui meno te lo aspetti. Il canto del cigno ti stupisce, può farti tremare, palpitare quando i versi di uno dei drammaturghi più grandi del '900, Bertold Brecht, ritrovano il proprio tempo e il proprio spazio a 50 anni dalla morte dell'autore. A cantare quei versi è un cigno dai capelli rossi, Milva; a dipanare quei versi sul palcoscenico del teatro Strehler è la regia accorta di Cristina Pezzoli, memore della versione celebre diretta dal compianto Giorgio Strehler (che rivive su un maxi schermo in un vecchio filmato scovato dall'archivio Rai).

A far scivolare sulla musica le parole del drammaturgo tedesco ci pensano il pianoforte di Vicky Schaetzinger, la fisarmonica di Bruno Poletto, la chitarra e il banjo di Federico Ulivi e il sax di Marco Albonetti. Milva canta Brecht, che raccoglie il plauso dell'accorta platea del tempio teatrale milanese, è uno spettacolo vivo ed intenso dove il mondo brechtiano, con i suoi umori e denunce, si spinge nell'alto mare della contemporaneità. Di fatti, non è un caso che l'uso delle immagini su un grande schermo, allestito al centro della scena, ci riporti gli orrori del tempo presente.

Mentre Milva canta le tre bellissime ninne-nanne scritte nel 1932, partono le immagini del dramma di Beslan, che ha lasciato aperta una profonda ferita nella storia russa. E così i versi di "La ballata dell'agiatezza" diventano aggressiva denucia verso chi abusa del potere con l'interpretazione della cantante di Goro che si sofferma su "A questi idioti, non dare mai del tu, frequenta i dollari, vivrai di più". Se "Surabaja Johnny" ripesca i canoni della sofferenza e dei sentimenti, con la provocante "Canzone di una puttana" si ritrova dietro il doppio senso la libertà dell'epressione di Bertold Brecht.

Il pubblico applaude fino alla fine, strappando un bis alla pantera di Goro. Il canto del cigno è arrivato pian piano, ci ha catturato da dietro e ci ha portato lontano, al di là del sipario immaginario che separa lo spettatore dall'attore.