Metamorfosis

La Fura Dels Baus colpisce ancora

Dopo il provocatorio XXX ispirato alle avventure del marchese De Sade portato in Italia nel 2003 la compagnia catalana La Fura Dels Baus torna nel nostro Paese con una rivisitazione in chiave video-teatrale delle Metamorfosi di Franz Kafka, “Metamorfosis”, appunto. Opera letteraria tra le più difficili da tradurre nel linguaggio della scena, viene scelta dalla Fura per analizzare un comportamento che ormai si sta diffondendo sempre di più nella nostra società schiava di internet, cellulari, videogame e di tutto ciò che allontana l’individuo dal rapporto diretto con i suoi simili, per rinchiuderlo (esattamente come rinchiuso nella sua stanza di vetro è il protagonista dello spettacolo) in una realtà virtuale fatta di rapporti falsati e non-relazioni.

Gregor Samsa, interpretato in modo molto convincente da Ruben Ametllé, è un ragazzo normale, con un lavoro normale e una famiglia normale. Improvvisamente la normalità si trasforma in ossessione, i rapporti con i colleghi, con la famiglia, si atrofizzano fino ad indurlo a rinchiudersi nella sua stanza, armato di pistola. Qui inizia la metamorfosi. Dal greco “attraverso la forma”, una trasformazione soprattutto fisica ma che allo spettatore viene comunicata soprattutto come una trasformazione psichica. Del resto Kafka nel suo romanzo racconta in prima persona la metamorfosi subita dal suo protagonista che è convinto di starsi trasformando in uno scarafaggio, così come ne è convinto il protagonista dello spettacolo messo in scena dagli autori della compagnia catalana Alex Oilé e Javier Daulte che ci fa vivere la sua metamorfosi psichica senza che si veda una vera e propria metamorfosi fisica (che sarebbe tra l’altro risultata alquanto difficile da realizzare e sinceramente inutile).

Il punto di vista da cui è raccontata la storia di Gregor sulla scena è quello della sua famiglia, la sorella e i due anziani genitori, oltre ad una novità drammaturgica rispetto al testo kafkiano: un giovane collega di lavoro di Gregor che rappresenta il punto di vista della società che non accetta il diverso, nonché un alter ego del protagonista, la versione realizzata e piena di speranze.

La Fura Dels Baus continua lo studio sul linguaggio video affiancato al linguaggio teatrale e trova tra i due uno splendido connubio che regala l’immediatezza e la freschezza del “qui e ora” al film e allo stesso tempo dona la capacità della valorizzazione del dettaglio e la potenza narrativa allo spettacolo teatrale. Magistrali sebbene molto sintetiche esteticamente (e forse perfette proprio per questo) le scene create da Roland Olbeter: il gigantesco cubo di vetro e alluminio che rinchiude nella sua tragedia il protagonista si sposta grazie a cuscinetti ad aria compressa, le lampade d’alluminio che piovono dall’alto a diverse altezze e velocità, qualche tavolo “portatutto” su ruote si muove liberamente sulla scena, poco altro. Naturalmente la parete di teli mobili su cui si proietta il filmato pre-registrato (nessun video in diretta questa volta).

La curatissima recitazione dei 5 bravissimi attori è rigorosamente in castigliano nonostante la compagnia sia catalana, naturalmente con annessi sovrattitoli. Si torna a casa con un po’ di mal di pancia e qualche dubbio in più. Un ottimo risultato direi.