Lettera aperta ad Harold Pinter

Pensieri e parole per il drammaturgo inglese, Nobel per la letteratura 2005

Caro signor Pinter,
credo che il 13 ottobre non lo dimenticherà mai. Un premio Nobel per la Letteratura non capita tutti i giorni e non è cosa da poco. Conoscendo il suo carattere - introverso e per certi aspetti scontroso - non mi risulterebbe immaginarla con distacco di fronte a questo evento. Per molti di noi, che da sempre sosteniamo la sua opera, è un momento memorabile. Ho appreso la notizia durante il pranzo. Chi mi era accanto o di fronte è rimasto sbigottito per la mia reazione, ovvero un misto di stupore e gioia che mi hanno fatto tornare a palpitare il cuore così come mi accadeva da adolescente ogni volta che mettevo piede in un teatro.

Del resto un adolescente/spettatore accorto, messo dinanzi alla sua drammaturgia, non può che restare senza fiato, cogliendo una nuova percezione dello spazio scenico e testuale che traspare in filigrana nella motivazione data dall'Accademia svedese per l'assegnazione del prestigioso riconoscimento: "Pinter rivela il baratro che si nasconde sotto le chiacchiere di tutti i giorni e si fa strada nelle stanze più segrete dell'oppressione". Ogni motivazione non è mai abbastanza e chiunque abbia sostenuto la sua opera vi aggiunge un tassello in più.

Non solo oggi mi sento chiamato in causa come chi ha preso parte a suo tempo ad una sottoscrizione per sostenere la sua candidatura al premio Nobel ma anche come studioso del contributo che ha dato al cinema di Joseph Losey con le sue splendide sceneggiature. Mi sento coinvolto soprattutto perché la passione e l'amore per la sua opera hanno trasformato l'ultima tappa dei miei anni universitari, la tesi di laurea, in un percorso libero di riflessioni che rischiava di essere inghiottito dall'accademismo universitario.

Il volume che ho pubblicato "Percorsi liberi a limite dell'immagine: Harold Pinter sceneggiatore per il cinema di Losey" (EDISU, 1999) ha rappresentato il tentativo di sdoganare la sua statura autorale dalla congettura obsoleta di pensare che il suo teatro appesantisse la scrittura per il grande schermo, senza considerare che proprio quella irriducibile condizione dell'essere teatrale rendeva leggiadra quella scrittura per la visione. Questa mia riflessione, l'ho ribadita in sua presenza al convegno di studi promosso nel settembre del 2001 dal Sindacato Nazionale dei Critici Cinematografici nella suggestiva cornice di Fiesole.

Per lei, che ha compiuto da poco 75 anni, forse non è cambiato nulla ma per noi certamente sì. Chi ha centellinato la sua opera con la stessa maniacalità certosina di un amanuense si compiace per aver guardato oltre, al di là del terremoto che scatenarono "gli arrabbiati" come lei nell'Inghilterra bacchettona di fine anni cinquanta. Pochi di noi hanno captato che lo spessore di un certo tipo di drammaturgia, pregnante di impegno sociale, sarebbe andato molto lontano, in una dimensione dove gli asfissianti limiti del tempo e dello spazio non esistono, ovvero ad un passo dall'eternità.