La Moglie del Soldato

Al Teatro Litta, fino al 10 marzo, l'intenso spettacolo di Pasquale Marrazzo fra ombre, corpi e dolori dell'io

Prigioniero. Vittima. Solo. Un animo gentile quello di Jody (Giulio Baraldi) sedotto e catturato. A tenerlo vivo il ricordo della sua Dil, un'amica speciale. E un carceriere, Fergus, (Emiliano Brioschi) che lo ascolta, gli parla, lo asseconda. In un sottile gioco al massacro dove vittima e carnefice si alternano i ruoli. Lo sguardo altero, duro, impenetrabile della seducente aguzzina (Valeria Perdonò) nulla può per impedire questo ambiguo e profondo scambio fra gli uomini, da cui lei è irrimediabilmente esclusa. La scena (firmata da Daniele Mariconti) de La Moglie del Soldato, ispirato all'omonima pellicola di Neil Jordan, è spoglia. Solo luci fredde, cubi geometrici e ombre che lambiscono e penetrano i corpi. Rompendo il silenzio. Una dimensione a tratti metafisica.

La voce suadente e ansiogena di Antony and the Johnsons accompagna i movimenti felini di Dil (Riccardo Buffonini), che entra in scena candida, virginale, eterea. Un'anima fragile e forte, attorno alla quale vagano proiezioni e spettri di un passato forse rimosso, ma pronto a riemergere repentino. Una schiena loquace la sua, gambe esili, voce tremante. E un segreto, un nucleo originario, una porta socchiusa che, una volta varcata, trascina negli abissi. Dil è un uomo.

Fra mènage à trois, addii, ritorni e sobbalzi emotivi, la pièce travolge e arriva dritta alla pancia del pubblico voyeur. La regia di Pasquale Marrazzo è matura, intensa, scorre sui binari tormentati di un io franto che nemmeno denudato è davvero libero e cosciente di sé. Non ci sono cliché, nemmeno parole gentili. Il teatro si fa crudele e il corpo frastagliato rimane solo fra palco e dolore. Grande affiatamento fra gli attori, ottime le scelte musicali e degni di nota i costumi di Lucia Lapolla, che rivelano desideri reconditi a fil di pelle.

Quando esco dal bel Teatro Litta, mi rendo proprio conto di quanto l'essenza, quella vera, quella originaria, sia una e una soltanto. In fondo, è proprio vero, uno scorpione resta sempre tale e, anche se viene aiutato da una rana ad attraversare uno stagno, la attanaglia nella sua presa fatale. Non perché sia cattivo, ma solo perché questa è la sua natura. E la rana muore...