Joaquin Cortés, grande stella del flamenco, sceglie uno spettacolo intimo per continuare a raccontare il palcoscenico con i suoi passi di danza. E’ il teatro Smeraldo ad ospitare Mi Soledad.
MI SOLEDAD - Questa volta Cortés non si risparmia niente: mette mano alle coreografie, alle musiche, senza mai perdere la duttilità del testo scritto a quattro mani da Antonio e Arturo José Carbonell. "La mia solitudine", questo è la traduzione del titolo del suo ultimo spettacolo, è un’escursione nella parte più intima dell’artista, sbilanciandosi tra stili diversi. Se oltre al flamenco, il danzatore di Cordoba mischia le carte in tavola con jazz, sound cubano e note classiche, è più facile disorientare il pubblico con lo stupore. I colori dei costumi firmati da Gaultier sono bianco, nero e rosso, quasi a voler visualizzare i passaggi musicali, gli sbalzi emotivi procurati dal flamenco, gli sguardi sensuali con cui Joaquin morde ogni angolo della scena.
JOAQUIN IL DIVO - Sono sedici gli elementi in scena, tra musicisti e voci gitane, ad accompagnare Cortès. Il corpo si muove alla ricerca delle vibrazioni selvagge, ponendo al centro della macchina spettacolore "il divo". Ed è proprio questo eccessivo autocompiacimento di sé, questa esasperazione dell’artista narciso a bloccare l’esplosione passionale del flamenco, a frenare quel fremito inarrivabile tra chi è in platea e chi è sulla scena.
SENZA IL PIEDISTALLO - Joaquin recupera nell’ultima parte, con trenta minuti tutti dedicati al pubblico caldo del Teatro Smeraldo: balla senza pausa, scherza con tutti, firma autografi e passeggia in platea. "Sono contento di essere in Italia, perché è la mia seconda casa - replica il ballerino - Il mio è un lavoro duro, ma ricco di soddisfazioni. Voglio dedicare questo spettacolo ad una donna della mia vita: mia madre, grazie alla quale oggi sono qui". Per un attimo "il divo" scende dal piedistallo e lascia qualche scheggia di emozione.