Il Ventaglio: l'oggetto oscuro del desiderio borghese. E pop

Al Teatro Menotti, la coraggiosa rilettura della pièce goldoniana firmata da Alberto Oliva

Il ventaglio come strumento di potere. Il ventaglio come gioco di seduzione. Il ventaglio come pegno d'amore. Il ventaglio come possibile -e apparente- superamento delle classi. Il ventaglio come inconscio, esosità, vizio e finale redenzione.

Alberto Oliva
regala alla platea teatrale del Teatro Menotti un'interessante, originale e davvero ben strutturata rilettura della commedia di Goldoni. In scena un'affiatata compagnia di giovani e bravi attori e attrici. La merciaia, la zia fintamente arcigna, la nipote furbescamente ingenua, il fabbro feticista, l'oste deriso, la serva opportunista. Ogni personaggio è la personificazione del vizio e del suo superamento, l'eterno - e irrisolto - conflitto fra bene e male. Ogni carattere oscilla fra il ruolo in cui lo relega la società ormai borghese (l'aristocrazia sta vivendo un lento e inesorabile declino) e l'aspirazione personale, la voglia di riscatto che è il motore di battute, equivoci, doppisensi e fraintendimenti.

Un tourbillon di accadimenti, di inseguimenti, bugie, tradimenti reali o presunti per recuperare l'oggetto oscuro del desiderio: il ventaglio che il goffo Evaristo vuole donare alla sua delizia, Candida, e che ha acquistato dalla maldicente Susanna, la merciaia. Segretamente, lontano dagli occhi dell'infingarda zia della giovane, quella Gertruda che ben rappresenta nella pièce il centro del potere, la staticità della società che, nonostante i mille tentativi di mobilità, rimane fortemente ancorata a sè stessa. Ecco, quindi, che l'ormai logoro ventaglio passa di mano in mano, di cliché in cliché, di sotterfugio in sotterfugio e torna, non senza sequenze esilaranti, all'iniziale titolare. Ognuno rimane ciò che è, risultano vacui i tentativi di riscatto e il benessere ritrovato - probabilmente solo fittizio - è dato dall'ordine precostituito.

Ricordano le pellicole di Tim Burton gli elaborati costumi - e le magnifiche e pompose parrucche - di Ilaria Parente. Colpiscono - e non poco - le luci chirurgiche di Bruno Nepote, scenario emotivo perfetto di continui straniamenti. La compagnia vive il palco, lo riempie, lo accende, lo colora, lo elettrizza. Mino Manni, Raffaele Berardi, Paolo Giangrasso, Desirée Giorgetti, Alessandro Lussiana, Federico Manfredi, Francesco Meola, Davide Palla, Valeria Perdonò, Federica Sandrini, Cinza Spanò e Stefano Cordella non finiscono di stupire e mantengono sempre un alto tasso energetico.

Il pubblico applaude e lo fa fragorosamente. Contento, forse, di avere assistito ad uno spettacolo che strappa sorrisi, che oscilla fra materialità e leggerezza, cielo e terra. E che, soprattutto, torna a bussare alle insidiose porte della coscienza, anche dopo che la sala è tornata vuota.