Il Cortile

Beckett e Pinter aleggiano nel cortile di Spiro Scimone. Vane speranze, annichilimento e interrogativi

Il cortile è il luogo dell’infanzia dove giocavamo da bambini ma allo stesso tempo rischiavamo di restare imprigionati. Il cortile è il luogo dove ritrovavi il vicinato e tentavi di abolire la barriera della non-comunicazione con chi ti stava accanto. Il cortile è il luogo che tenta di sputarti fuori come il ventre materno per ritrovarti in una stradina di periferia, in un vicolo cieco dando due calci ad un pallone per capire quale fosse la direzione della libertà.

Nel cortile immaginato da una stella della nuova drammaturgia come Spiro Scimone questa libertà sembra non avere più via di uscita, sembra essersi spenta e arrotolata nel vortice dell’effimero: venditori di ideologie fumanti, delirio mediatico, sconfitta dei diseredati. I due protagonisti di Il Cortile, nel cartellone del Teatro Litta nelle ultime due settimane, sono Peppe e Tano alias Francesco Sfameli e Spiro Scimone. Entrambi sono figli dell’universo temporale pinteriano: non sappiamo da dove vengono, non conosciamo nulla sul rapporto che li lega e siamo all’oscuro di ciò che hanno combinato in questi anni. Come accade per i protagonisti di "La Stanza" di Harold Pinter, vivono depredati della loro memoria e vivono così l’inesorabile scorrere del presente.

Scimone sceglie la via maestra del teatro dell’assurdo e resta ad ogni singolo spettatore accettare o rifiutare una soluzione così moderna ma allo stesso tempo “pericolosamente” usurata. Il fantasma ossessivo del teatro di Samuel Beckett e dei suoi lapilli drammaturgici aleggia nei sessanta minuti di questo spettacolo, indiscutibile Premio Ubu 2004, che nella struttura del linguaggio e nella composizione caratteriale del signolo personaggio diventa una sorta di “Aspettando Godot” di terzo millennio. Qui come in Godot si parla del più e del meno, si annoverano le piccole ossessioni della quotidianità, si cerca di ascoltarsi e rispettarsi reciprocamente con la vana speranza che qualcosa possa cambiare. Non esistono più ideologie, non esiste religiosità, non esiste più un “Dio onnipotente” ai margini di un’irrefrenabili annichilimento.

Il terzo personaggio, interpretato dal bravo Nicola Rignanese, più che un incomodo a questo equilibrio, lui che viene fuori da un cumulo d’immondizia, è l’unico ad avere un contatto con la realtà esterna al cortile. Alla fine niente cambierà, tutto resterà immutato perché Peppe e Tano sono condannati a vivere in questo piccolo spazio, o meglio già morti – nella piena accezione joyciana (vedi “I morti” dei "Dubliners" dello scrittore irlandese) – perché guardando “nel sacco non c’è il vuoto ma il buio”. Questa è la battuta finale, seguita da molti minuti di applausi ed apprezzamenti anche per la coordinata regia di Valerio Binasco.