Biglietti da camere separate

Al Litta Andrea Adriatico fa rivivere le parole di Pier Vittorio Tondelli, mentre l'amore si nutre di solitudine

Due cerchi insabbiati nella sala buia. La voce disperata di Angela Baraldi a scandire i tempi, gli scambi di parole sofferte o le continue fughe. Il pubblico tutt'intorno, muto e scosso. Due microfoni, fidati compagni di confessioni, turbamenti e vagheggiamenti dell'io. E due corpi. Rigidi, in apparenza. Quasi assenti. Non curanti degli sguardi, delle luci che scaldano vanamente le loro bianche camice, stagliate sul nero dei pantaloni lucidi. Due uomini che si incontrano, si scrutano, si sfiorano, si prendono. Si amano. Dove il nobile sentimento va ben oltre al mero soddisfacimento della libido. Diventa quasi sacro, una preghiera, il godimento nella contemplazione dell'amante che dorme, che respira, che sogna. Un amore che si nutre di solitudine, che getta via le parole inutili, che si spoglia e rivive in una nudità di anima e corpo, rivelatrice di purezza. Le due cellule si fondono senza unirsi davvero.

I due attori (i bravissimi Maurizio Patella e Mariano Arenella) non si guardano mai, nemmeno quando si baciano. Si cercano, si avvicinano, ma resta sempre una distanza, incolmabile. Neppure la convivenza li salda autenticamente. Eppure, nonostante le camere separate, nonostante i panni stesi a dividere spazi e coscienze, nonostante i tradimenti e il logorio del quotidiano, resta un filo sottile che non si spezza. Il desiderio rinnovato di una continua e sempre maggiore distanza è una calamita micidiale per un'unione viscerale. Che persiste, più vivida di sempre, anche dopo la tragica morte di uno dei giovani.

Tondelli, poco capito all'epoca e ritenuto da troppi sentimentale e giovanilistico, rivive invece forte e chiaro: ci parla e ci smuove. Gli attori deambulano, pedine in mano al destino, cercano i nostri visi. Ma noi abbassiamo lo sguardo, per paura, forse, per la troppa verità di questo testo. Portare in teatro questo autore solo e disperato è impresa ardua, si rischia di cadere nel patetico, nell'eccessivo, nel caricaturale. Ma la regia di Adriatico è estremamente rispettosa del testo, della sua complessa semplicità. Non sono gli esercizi di stile letterari, nemmeno le costruzioni formali di un teatro troppo spesso avanguardistico a colmare un vuoto e a suggerire sensi: sono i piccoli grandi dolori della vita che, rivissuti in questo spettacolo di arte allo stato puro, colpiscono nel profondo.
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