Tuxedomoon

Uno spettacolo da lasciare senza fiato e pieno di ironia

Davvero spettacolare il concerto dei Tuxedomoon al Teatro Ciak in questo lunedì 20 marzo, anticipo di primavera. La primavera dei suoni, mai banali, sempre ricercati, originali, volti a stupire una folla variegata, fatta di giovani e di meno giovani, che li ama e che li segue da tempo ormai. Il teatro è pieno, fa un caldo asfissiante, quasi malsano.

Il concerto è all'interno della rassegna Suoni e visioni, che quest'anno annovera nomi decisamente importanti del panorama musicale internazionale e soprattutto freschi, tra cui Pink Martini, Mariza, Johnny Clegg. Non sono da meno questi giovanotti di San Francisco, che sono "freschi" pur essendo sulle scene dal 1977. Nati per iniziativa di Blaine Reininger e Steven Brown, studenti di musica elettronica al San Francisco City College, i Tuxedomoon sono stati completati successivamente da Peter PrincipleWinston Tong.

Sul palco del teatro di via Sangallo si presentano tutti  e quattro in ottima forma. Dopo aver intrapreso strade diverse e progetti indipendenti, si sono riuniti per il loro ultimo album "Cabin in the Sky" (2004), che ha restituito la band al suo apice espressivo (presto, tra l'altro, uscirà il loro prossimo disco), confermato anche dal vivo. Per un'ora e quaranta la loro musica invade letteralmente ogni singolo spazio del teatro, accompagnata da proiezioni create in diretta da un uomo accovacciato che ci dà le spalle per tutto il tempo (povere le sue ginocchia!) e che fa scorrere davanti alla telecamera fogli con disegni, vassoietti di stagnola che con un gioco di luci sprigionano colori accesi ed elettrizzanti, mani, piedi, amplificatori, tutto quello che gli passa sotto tiro. Sembra tutto improvvisato, ma l'effetto finale è straordinariamente perfetto, in osmosi con la musica, abile ad amplificare le emozioni.

Ma, al di là delle proiezioni, è la bravura dei nostri musicisti che ci tiene col fiato sospeso. Sono tutti polistrumentisti, a parte il bassista, Peter Principle, che però ha il ruolo importantissimo di fornire la ritmica del pezzo. Precisa, sincopata, staccata, a volte incalzante. Il suo contributo è decisivo per la dinamiche articolate dei pezzi. Non ci sono che poche basi, il ritmo è tutto affidato a lui. Poi c'è Winston Tong, anche lui eccezionale alla tromba e all'armonica. Ma il genio è Steven Brown, bravissimo nel passare dalla tastiera al sax al clarinetto e di nuovo al sax, ma stavolta soprano. Magari all'interno dello stesso pezzo. Magari tutti suonati e vissuti in modo sorprendente. Senza dimenticare la sua voce, che in qualche pezzo colora le atmosfere in modo prepotente. E c'è posto anche per il secondo genio, Blaine Reininger, che qui vediamo ad una mini-tastiera, al violino, alla chitarra, e, anche per lui, al microfono. Oltre ad essere egregio nel suonare, è anche simpaticissimo al microfono: "Il prossimo pezzo" dice con il suo accento straniero "è italiano. Lingua di Dante, ma anche lingua di Berlusconi e Topo Gigio". Applausi per lui dal pubblico, per il resto abbastanza silenzioso nelle poltrone, anche se visibilmente felice e inebriato.

I brani sono quasi tutti dell'ultimo album, "Cabin in the Sky", ma c'è spazio anche per qualcosa del quarto disco "Desire" (1981). Addirittura il pezzo finale è del primo album "Salon" (1978). Il loro sound è personalissimo, quasi più europeo che californiano; ha creato una tendenza nuova tra l'architettura new wave e dilatazioni da musica da camera (un brano in particolare sembrava l'inizio di Ravel), tra pop storpiato e rigore classico, misto a influenze etniche, balcaniche quasi, tra cabaret alla Frank Zappa, di cui hanno preso l'ironia, e inquietudine, senza mai tradire la loro anima rock. Uno spettacolo dall'inizio alla fine che crea passione, inquietudine, brividi, gaudio.

Che dire...io c'ero! E questo mi basta.

© Copyright Milanodabere.it - Tutti i diritti riservati