Sound & Comfort

Cronache dal Festival. Voci e suggestioni d'autore al Teatro Martinitt

Sound & Comfort: due parole che spiegano l'attitudine del festival andato in scena al Teatro Martinitt dal 28 al 30 gennaio. Musica confortevole, ascoltata con un buon impianto e comodamente seduti. Sei artisti in tre giorni, marchiati come cantautori ma con visioni personali su come svolgere la professione.

SUGGESTIONI - Ad aprire la prima giornata Matt Elliott, l'unico ospite straniero. Da solo sul palco, come uno stregone che cucina il suo incantesimo ma ne svela la ricetta. La voce profonda di Elliott si fonde con la chitarra, un aiuto dalla tecnologia e la struttura diventa complessa. Le canzoni seguono un rituale, si arricchiscono di elementi, strati di suoni si accumulano sulla linea melodica della chitarra, effetti e controcanti. Le mani immobili e il suono che prosegue per magia. Anche The Niro, il romano Davide Combusti, inizia in solitaria il suo show, dopo i primi tre brani la band lo raggiunge e sprigiona la sua anima anglosassone. I brani tratti da Best Wishes e The Ship dimostrano che il cantato in inglese è più incisivo degli esperimenti in italiano. Un esempio su tutti è Liar in cui il ritornello mette a notevole prova le corde vocali del musicista.

POESIA - La seconda serata ha sfumature più rock, anche se la poesia è parte integrante dei due protagonisti. Alessandro Grazian svela il suo lato più intenso. Le parole si insinuano nella chitarra elettrica e vengono elevate dalla batteria. Armi è un impatto, un distacco crudele e violento da ciò che il cantautore padovano era abituato a proporre. Ma Incensatevi e gli altri lavori precedenti escono rinvigoriti dai nuovi arrangiamenti. Umberto Maria Giardini, il fu Moltheni, concilia nei brani de La dieta dell'imperatrice la sua poetica amara alle intuizioni musicali del progetto estemporaneo dei Pineda. Le parti strumentali non mancano, spesso le canzoni terminano con lunghe code, concentrando i versi al centro della composizione, come un cuore da proteggere.

VOCI - L'ultima serata punta sulle nuove leve: DiMartinoThony, protagonista del film di Paolo Virzì Tutti i santi giorni. Si comincia la sensibilità agrodolce del trio palermitano a cui fa capo Antonio Di Martino. Basso, tastiere e batteria, una vocalità aspra che intona piccole perle come Cercasi anima, Non siamo gli alberi o Maledetto autunno. Ritratti quotidiani insaporiti dalla magia dell'immaginazione. A chiudere la manifestazione e la serata Thony. Il sound è buono, ben costruito da un gruppo di cinque elementi, la voce è bella e mansueta. Musica e sfumature vocali la avvicinano, forse anche troppo, a Norah Jones e al belcanto di matrice Usa. Niente di male per un'esordiente che ha ancora tutta la strada davanti.