Prodigy

Dal vivo un vero prodigio techno-punk

Il nome se l’è scelto ad hoc Liam Howlett per la sua band (preso - piccola curiosità - dalla prima tastiera da lui posseduta, il “moog prodigy”): dal vivo, soprattutto, i Prodigy sono veramente tali!
E’ il 16 dicembre e mi trovo in un Mazda Palace decisamente pieno, anche se non esplode di gente. Lo fa, invece, a livello di adrenalina, grazie all’impatto sonoro, e ciò succede già dal primo accordo. Appena cala il sipario, sullo sfondo un allestimento scenico che richiama la copertina dell’ultimo album “Always Outnumbered (never outgunned)” e che dopo cascherà giù lasciando il posto ad una stella verde rilucente in un cerchio; parte un intro sconosciuto ai fan, ma è subito pogo. Sul palco ci sono: Liam Howlett alle tastiere e campionatori, Mc Maxim e  Keith Flint le due voci, affiancati da un batterista e un chitarrista session man.

Mi metto in fondo di fianco al mixer, per evitare di essere travolta, e mi ritrovo gomito a gomito con l’imperturbabile professionalità del tecnico del suono (in perfetto stile british) e con il “tastierista” tecnico delle luci, che, in modo effervescente, rapidissimo, le “suona”  a ritmo con la musica. L’inizio è blu. Ma c’è posto in seguito per tutti i colori, soprattutto il bianco accecante, che ha il ruolo di accendere e scatenare col suo effetto strobo “a martello” ancora di più il pubblico, già parecchio in visibilio. Sono soprattutto giovani, sui vent’anni e anche meno; ogni tanto si intravede qualche fan più stagionato.
Eppure la band inglese non è in giro da poco: Liam Howlett, il rapper Mc Maxim, Keith Flint e Leroy Thornhill si unirono nel 1990, e il loro primo album, “The Prodigy Experience”, prese vita nel 1992. E sembra proprio dedicata ai fan della prima ora la scelta della scaletta: dall’album “The Fat of the Land” (1997), ad esempio,  i Prodigy hanno preso e riadattato dal vivo “Breathe”, " Firestarter ", accolta con un letterale tripudio, e, nel finale travolgente, “Diesel Power” e “Smack My Bitch Up” (quest’ultima ritenuta oscena, ai tempi, sia per il testo che per le immagini del video). Tutti i brani del concerto, numero esatto 19, sono stati rivisitati, dilatati, sporcati. Per circa un’ora e mezza ritmiche techno si sono alternate a quelle jungle, in piena filosofia minimal caratteristica del punk.

La melodia è rimasta in un angolo (1 solo tappeto di tastiere in tutto il concerto!) e la presenza della chitarra, ha stupito i fan più attenti, ma non li ha delusi: ha contribuito infatti ulteriormente a scandire, assordare, agitare.
Dall’ultimo album “Always Outnumbered” (2004) hanno prelevato invece la nota “Hot Ride”, “Spitfire”, e “Action Radar”.  Decisamente più morbido dei precedenti, anche questo disco è stato “aggredito” nel live e la voce di Juliette Lewis, che ha cantato nel singolo “Hot Ride”, è campionata: lo shakeramento collettivo non può e non deve fermarsi, i pezzi sono tutti attaccati. Maxim provoca il pubblico: “I want ear Milano!”. Con un’energia incredibile, assieme alla seconda voce Keith Flint, cavalca il palco da una parte e dall’altra instancabile. Idem il pubblico.
E anch’io, che alla fine vinco i miei timori “di donna gracile e facilmente calpestabile” e mi fondo con i salti, il sudore, le mani e le voci alzate delle persone (migliaia) che si gasano insieme a me di fronte al prodigio…