Recensione concerto Death Cub For Cutie

Oltre l'indie

Il live dei Death Cub For Cutie all'Alcatraz, tra fragilità e immediatezza

La delicatezza delle parole e l'immediatezza, quasi crudele, della musica. I Death Cab For Cutie non sono una indie band da cameretta e all'Alcatraz lo hanno dimostrato pienamente. Il 4 giugno il gruppo ha dedicato solo una piccola parte della scaletta all'ultimo album Codes and Keys: sono Plans e Transatlanticism a fornire la struttura portante del concerto.

Canzoni che parlano di fragilità e desolazione come The new year e What Sarah said, in cui l'impotenza trova sfogo in una melodia ferma e fragorosa. La cruenza di due batterie, una suonata da Ben Gibbard, su We looked like giants, le innumerevoli note di piano e tastiere, creano un sound sostenuto, la controparte vitale al fatalismo delle liriche. Non mancano i momenti in cui il cuore di Gibbard sembra essere appoggiato sul palco, quando in solitaria con la chitarra acustica intona I will follow you into the dark. Ma la sublimazione del sentimento arriva sul finale della serata: I need you so much closer. Parole ripetute come un mantra sul palco e tra il pubblico, poi la coda strumentale del brano Transatlanticism investe tutto. I colori si spengono e i Death Cab scendono dal palco tra gli applausi frastornati del pubblico.
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