Offlaga Disco Pax

Il Socialismo della band emiliana a portata di "tasca"

Un concerto da ascoltare in cuffia, quello degli Offlaga Disco Pax. Il Socialismo tascabile della band emiliana, uscito nel 2005, sbarca a La Casa 139 per una due giorni di concerti piuttosto cari (10 Euro di tessera Arci più 10 Euro di biglietto), il 2 e 3 giugno, con il suo messaggio di rottura.

Sul palco del circolo di via Ripamonti Max Collini (voce), Daniele Carretti (chitarre, basso), Enrico Fontanelli (basso, moog, casiotone, basi) e la new entry Jukka, dei Giardini di Mirò, di professione violoncellista, ma qui chitarrista e bassista all'occorrenza.

La musica per una volta non la fa da protagonista, è un sottofondo rumoroso e anche un po' ripetitivo che funge da base ad una voce declamante e monocorde anch'essa. Occhi da spiritato, Max Collini satura l'atmosfera con dei testi pregni di significato, da scandire con cura affinchè entrino nelle orecchie e nel cuore della gente. I libretti lanciati ad inizio concerto, con tutti i testi, aiutano a cogliere i diversi temi di una band che "rifiuta la socializzazione delle perdite e ritiene l'esistenza approssimata per difetto". "5 quarti d'ora di concerto", sottolinea il cantante,in cui si parla di un vecchio insegnante di scuola ("Kappler"); del chewingum di sinistra che, dopo il sopravvento della destra è sparito, se non al Circolo Gramsci e qui alla Casa, dove viene lanciato al pubblico ("Cinnamon"); dell'arretratezza di Praga che ama Albano e Romina e non conosce i Depeche Mode, che la caduta del Comunismo e l'arrivo del regime Euro ha livellato verso il basso ("Tatranky"); di un tuffo nel 1975, anno in cui si faceva ancora l'esame di seconda elementare e il Partito Comunista nel quartiere prendeva il 74% dei voti, contro il 6% della Democrazia Cristiana ("Robespierre").

Il pubblico sembra amarli, trasuda complicità e divertimento, anche se non si può parlare di euforia, di applausi a scena aperta. E' un pubblico molto ricercato, "intellettuale", anche abbastanza adulto (dai 28 ai 35-40 anni), e forse quei riferimenti al tempo che fu li sente suoi, può ricordarli e magari rimpiangerli. Chi non vi appartiene, invece, fa fatica a trovare coinvolgimento, non trova sfogo nenache nel ballo. E' un concerto che si impregna di malinconia, di un nostalgico languore verso un passato carico di ricordi in cui rituffarsi. Siamo lontani dalla realtà attuale, volutamente alla larga da qualsiasi slancio verso il futuro per dare adesso una nuova direzione alle cose. Un circolo chiuso. Quello Gramsci.
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