Non è un Paese per Festival

Parola di Claudio Trotta, patron della Barley Arts. Il 2013 verrà ricordato come l'anno nero delle grandi rassegne

C'erano una volta l'Heineken Jamin Festival, il Rock in IdRho, l'A Perfect Day, il Gods of Metal e tanti altri pilastri della musica live a pompare decibel nelle estati italiane. Il 2013 verrà invece ricordato come l'anno nero dei grandi festival.

TUTTA COLPA DELLA CRISI? - "I motivi di questa moria sono svariati, ma essenzialmente questo non è un paese da festival, c'è poco da fare", parola di Claudio Trotta, patron della Barley Arts che da più di trent'anni organizza concerti di caratura internazionale e proprio in questi giorni sta portando Bruce Springsteen in giro per l'Italia. "In Italia non esistono e non sono mai esistiti festival capaci di crearsi un proprio pubblico, affezionato e costante, con una certa continuità nel tempo. Ci sono solo eventi che certi anni funzionano e certi no, a seconda degli headliner o di altre situazioni imponderabili. Non siamo la Germania, la Svizzera, l'Inghilterra, dove il festival viene visto come una vacanza nella totalità della sua atmosfera. Qui funziona solo il modello del concertone: se ci sono dei gruppi che ti interessano ci vai, se no non ci vai. È una questione culturale, legata all'attitudine che gli italiani hanno da generazioni rispetto alla musica dal vivo". Dunque Italiani pubblico di fighetti patetici, come li definisce Cristina Trotta, sorella di Claudio e producer storica di Barley Arts: "Niente a che vedere con altri pubblici internazionali, pronti a stare ore con le gambe nel fango sotto la pioggia senza neanche aprire gli ombrelli".

NON È SOLO COLPA DEL PUBBLICO - Se il modello culturale è quello che è, le responsabilità vanno cercate anche altrove, anche con la giusta dose di autocritica per categoria professionale. "Prendiamo l'Heineken, per esempio", continua Claudio Trotta. "Sono stati buttati via milioni di euro in una comunicazione asettica che non ha mai trasmesso l'idea di festival, sono stati strapagati i gruppi senza creare un'identità e l'offerta è stata impostata con una direzione artistica del tutto impersonale, mentre i numeri venivano gonfiati per compiacere gli sponsor. Una vera occasione persa". A completare il quadro, poi, anche la sordità delle istituzioni, spesso percepite come ostili o sprezzanti all'organizzazione di eventi culturali di un certo spessore: "La politica è spesso poco attenta a questo tipo di esigenze, molte volte non consente di pianificare eventi di un certo tipo e sfrutta la visibilità di occasioni simili solo in fase pre-elettorale. Le nostre norme sono tra le più sicure e rigorose d'Europa, ma al loro rispetto dovrebbero corrispondere incentivi istituzionali per le attività di promozione culturale. Ad esempio, per combattere la penuria di spazi dedicati alla cultura si potrebbero favorire burocraticamente le iniziative di chi riqualifica aree abbandonate per creare eventi artistici. Del resto un concerto è come un'opera d'arte, e meriterebbe la stessa tutela. Ma dopo più di 100 festival organizzati, fin dal 1979, ho abbastanza esperienza per dire che difficilmente le cose cambieranno".