Music Made in Japan

Tre artisti del Sol Levante raccontano la scena musicale del Paese tra competenza tecnica e cabaret

Il rigore. La pazzia. Il popolo giapponese non sembra conoscere mezzi termini. Al Circolo Magnolia il 4 novembre ne è stata data prova. In cartellone per il Japanese New Music Festival figurano sette band ma al momento della prima esibizione i tre musicisti spiegano con un buffo inglese che saranno loro, in diverse combinazioni, i protagonisti dell'intera serata. 

Prende il via una giostra di bizzarrie musicali sostenute, sempre e comunque, da capacità tecnica dello strumento e della voce. Scariche di adrenalina noise lasciano il posto ai virtuosismi al basso elettrico di Atsushi Tsuyama. Segue la "sleepy music" di Kawabata Makoto (definizione fornita da lui stesso) suonata con una chitarra che sembra un giocattolo ma, nelle mani del musicista, si protende come un violoncello sotto la pressione dell'archetto, stride ammaliante quando un cacciavite viene utilizzato come slide sul manico. Al terzo atto entra in azione la batteria di Tatsuya Yoshida, vivida e scherzosa, accompagnata da campionamenti.

Quando i tre musicisti si uniscono sul palco inizia la parte più ludica. L'accento e l'aria di finta solennità con cui ripetono il nome della serata sono solo l'inizio. Una vena cabarettistica influenza i successivi set, tra bottiglie di plastica utilizzate come percussioni, grattugge e zip amplificate, nulla è lasciato al caso. Anche se l'elemento improvvisativo sembra onnipresente.