L'elettrizzante concerto dei Coldcut

Formidabile la prima e unica data italiana del duo elettronico londinese

Rifletto sul loro nome: Coldcut. Di freddo non hanno granchè, di tagliente invece sì, dal momento che i ritmi della loro musica sono spezzati, gli scatti dello scratch repentini. I Magazzini Generali non sono pieni per questa prima e unica data italiana del duo londinese, che in realtà sul palco si presenta affiancato da altri tre elementi: due ai campionatori, uno al microfono. Ma, chi c'è, è decisamente in delirio, in un target variegato, che esclude quasi completamente i giovanissimi.

In apertura, avrebbe dovuto esserci la talentuosa performance dell'enfant prodige giapponese Dj Kentaro, tourntablist impressionante con un debole per i fumetti, capace di scratchare i vinili come i dvd, nuova scoperta della Ninja Tune. Ma Kentaro non c'è, e ciò non impedisce una performance eccezionale lo stesso. Il fatto che siano stati proprio Jonathan More e Matt Black (i Coldcut) ad aver fondato nel 1990 a Londra l'etichetta Ninja Tune, che ha avuto un ruolo pionieristico nel lancio del fenomeno rave, contribuendo alla popolarità sul suolo inglese di generi come l'hip-hop, il breakbeat e la jungle, e conservando nel corso degli anni un posto di rilievo nell'ambito della "club culture" internazionale, ci fa amare ancora di più i nostri beniamini sul palco. Per circa un'ora e venti si susseguono tutti i brani principali del loro repertorio, che spaziano dall'album "Let us play" (1997), a "Re:volution" (2001), fino all'ultimo album "Sound Mirror" (2006). L'ex professore di storia dell'arte Jonathan More ed il programmatore Matt Black, all'inizio degli anni '80, sono i primi produttori britannici a sperimentare con le tecniche del campionamento. Il loro "Say Kids, What Time Is It?" nel 1987 è il primo disco inglese costruito interamente con dei sample, che precede in questo senso "Pump Up The Volume" dei M/A/R/R/S, nel live abilmente campionato e scratchato assieme ad Ofra Aza. Incredibili le loro collaborazioni con Jon Spencer, Robert Owens, Saul Williams, Soweto Kinch, M’Pho Skeef e Roots Manuva, il quale, appena compare col suo faccione sullo schermo, genera un applauso scrosciante.

Con il software inventato da loro di vjing, il VJamm (che nel '99 verrà regalato assieme al cd di remix "Let us replay"), già dal 1997, hanno dato vita ad una nuova creatura dell'intera session audio, supportata dai visuals e tutta sincronizzata in presa diretta, dal vivo. Con questo nuovo software i video hanno subito trattamenti come lo scratch: l'effetto, oggi come allora, è elettrizzante. Sul maxi telone dietro le loro teste, scratchano così i Muppet come gli ACDC; "Casablanca" come "Guerre Stellari"; Bush come Berlusconi. All'entrata in scena del nostro presidente-marionetta, la conquista del pubblico è totale, e fragorosamente fischi e applausi sono un tutt'uno. La band, d'altronde, non nasconde le sue idee politiche di pace e anti-americane. Il messaggio più politicizzato dei Coldcut è del 2001, quando pubblicano "Re:volution", nello stesso periodo delle elezioni nazionali britanniche, innescando una serie di partecipazioni alle manifestazioni antigovernative di quegli anni (l'eco delle quali arriverà oltreoceano agli attivisti Made in Usa che chiederanno a Matt e Jon di progettare qualcosa anche per le elezioni americane. Nascerà così il sito revusa.net, sul quale sono uploadati più di 12Gb di immagini degli ultimi 40 anni di politica americana, montati su un groove tipico dei due folletti inglesi).

Ma qui al concerto, la politica viene soltanto sfiorata: non c'è posto per la polemica e la denuncia violenta all'interno di una spettacolarizzazione globalizzante, che coinvolge tutti: artisti (visibilmente divertiti), pubblico (decisamente in delirio), arti. Il suono degli applausi mi accompagna per tutta la sera, anche dopo essere uscita da lì, tornando in macchina, a casa. Fino al giorno dopo, e nel momento in cui vi scrivo. Il segno ormai è indelebile e lo conservo gelosamente nel cuore.

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