Juliette Gréco

Oltre il sipario del Manzoni la musa francese ci porta a passeggio tra parole, musica, poesia

Chiudendo gli occhi mi sembra di rivedere la chiassosa gioventù di Saint Germain o la Parigi incandescente di intellettuali esistenzalisti come i Prevért, i Quenau, i Vian o i Gainsbourg. Poi apro gli occhi e sul palcoscenico del teatro Manzoni vedo Juliette Gréco, immortale musa della chanson française, quella canzone d'oltralpe capace di farti fermare il cuore ad ogni nota.

Ad accompagnarla nel recital di ieri sera c'erano Gérard Jouannest (suo marito nonché eccellente pianista e arrangiatore, a lungo collaboratore di Jacques Brel), il contrabbassista Hermès Alesi, il batterista Gérad Gésina, il chitarrista Barthélémy Raffo e Serge Tomassi, uno fra i più affermati fisarmonicisti francesi.
Madame Gréco si muove sul palco a piccoli passi ed ecco che impugna il microfono: la sua voce diventa leggiadra come una libellula che non si limita ad interpretare i testi del canzoniere francese bensì a riviverli sulla scena.

Il suo canto soave viene accompagnato da un'impeccabile gestualità e da una mimica facciale che rende il verso di ogni canzone come un'ampolla magica capace di preservare le emozioni del pubblico al di là del rito-concerto. La scaletta si snocciola attraverso brani che hanno consentito alla canzone francese di affacciarsi al mondo: da "Pour vous aimer" a "Un petit poisson, un petit oiseau", dalla sensuale "Déshabillez-moi" alla malinconica "Le feuilles mortes" di Prevert. Si passa per gli spartiti di Brel con "J'arrive" e "La chanson des vieux amants" fino alle indimenticabili composizioni del ribelle Gainsbourg come "La javanaise".

Juliette Gréco canta con energia la gioia, il dolore, la vita, la morte attraversando una parte della sua biografia, zeppa anche di sofferenza, per far comprendere all'entusiasta platea del Manzoni che qualche volta "l'arte può trasformare in verità eterna i frammenti di un'esistenza".