John Zorn e Jefferson Starship

Performig arts al Manzoni per "Aperitivo in Concerto" e nostalgia effimera al Blue Note per un fine settimana musicale

JOHN ZORN COME APERITIVO - Possono essere le canzoni senza parole? Questa è una provocazione dal sapore minimalista che trova spazio nel repertorio di uno dei padri della musica contemporanea: il compositore John Zorn che fa il sold out per questa unica data milanese al Manzoni, nella rassegna Aperitivo in concerto. Moonchild non significa per l'apprezzato sassofonista escogitare nuove traiettorie per la composizione musicale, bensì è anche un allestimento multimediale che scomoda diverse forme musicali. Se il gusto del death metal è aspro, quello del rock è pastoso e Zorn è un maestro nel mettere assieme diversi generi, nell'assemblaggio per arrivare alla soluzione che il lirismo può sostare anche nel canto senza parole. E' una contraddizione o una provocazione? Al pubblico del Teatro Manzoni la scelta della risposta, allo spettatore che si lascia insidiare dalla voce di Mike Patton, dal basso elettrico di Trevor Dunn  e dalla batteria di Joey Baron. Una performance di settanta minuti, coordinata da Zorn alla consolle, dove Patton usa la voce come canale per raccontare senza parole: suoni onomatopeici, striduli, ululi, urla, movimenti del corpo, selvaggi come quelli di un animale. Il culmine arriva quando Mike Patton si lancia in mezzo al pubblico e si lancia sulle poltrone per catapultarsi di nuovo sul palcoscenico. La performance, che compone un'unica trilogia con le precedenti esibizioni multimediali di Laurie Anderson e dei VisionintoArt, dimostra con la precisione di un teorema che "il verbo" può arrivare allo spettatore anche sotto altre sembianze.

JEFFERSON STARSHIP AL BLUE NOTE - Chi adora il sound californiano della West Coast avrà ascoltato almeno una volta i Jefferson Airplane. Il Blue Note ha ospitato la formazione dimezzata nel senso che, dopo svariate peripezie, della band numero uno resta il singer-guitarist Paul Kantner . Il concerto della nuova formazione, denominata Jefferson Starship, ha portato la platea del tempio del jazz di via Borsieri a ritrovare quelle sonorità, ma anche la svolta di suoni e arrangiamenti che segnato la transizione dagli Airplane ai nuovi Jefferson. Mentre le tastiere di Chris Smith e il basso di David Freiberg riscaldano l'ambiente, la voce di Diana Mangano avanza e pezzi come Count on Me, Gilrl in the Wood, Silver Spoon e Good Sheperd scavano alle origini. L'acustica fa capricci e ostacola la buona riuscita della performance, nonostante qualche nostalgico sale sul palco, afferra la Mangano per partecipare all'esecuzione di altri brani, con la complicità della batteria di Tony Morley e l'altra voce di Marty Balin. Applausi per The Other Side of This Life, It’s no Secret, Plastic Fantastic Lover e Be Young You. Tuttavia, l'aria nostalgica non basta a far decollare il concerto, perché l'accorto ascoltatore fatica a cogliere la coralità della band e in alcuni momenti percepisce un andamento confusionario.