John Patitucci

Il Blue Note sussulta per una delle esibizioni più belle della stagione

Il concerto di ieri sera al Blue Note è stato un evento raccolto e l’intimità che si è costruita è stata predisposta da un pubblico di intenditori silenziosi, attenti, che ben si addicevano alla natura dello strumento a corde, povero di cantabilità.
John Patitucci è un musicista eclettico. Le grandi star che l’hanno incontrato, Michael Brecker, Chick Corea, Paul Motian, Jack DeJohnette, Brad Mehldau, Dizzy Gillespie, hanno moltiplicato il suo repertorio che oggi coglie una sintesi speciale tra il vecchio e il nuovo.

Per iniziare, il contrabbasso acustico e il basso elettrico sono subito espressivi grazie al tatto di Patitucci che li fa vibrare con semplici passaggi di scala, ostinati, anche solo accompagnando il resto del gruppo. Questo è il segno che retribuisce già le aspettative dell’uditorio.  Il virtuosismo diviene l’alibi per non soffermarci sull’affiatamento della band. Interpretazioni colte, sapienti ma anche solitarie e nostalgiche. L’individualismo dei tre è predominante: Adam Rogers insiste tutta la sera con la stesso timbro sulla pedaliera monologando le sue performance. Anche se alcuni ardenti affezionati non mi comprendono, la variazione timbrica sarebbe stata una buona novella perché avrebbe ammaliato anche gli orecchi più sensibili alla musicalità, intesa come feeling con la platea, rafforzamento dell’identità.

La batteria di Clarence Penn esibisce un repertorio straordinario di colori, con intermittenti cadute nelle forme di danza che propiziano qualche soddisfazione ritmica anche per lo spettatore più corrucciato a capire e memorizzare la tecnica, la previsione di improvvisazione.
John Patitucci invece immediatamente ci confida ogni sua nuance attraversando nei primi 5 pezzi un repertorio che passa dal jazz classico alla fusion, al blues.
Memorabile il contrabbasso acustico quando suona sentimenti melanconici che simulano i nostri più amorosi. Nonostante la percussività a cui le corde lo costringono, in Jesus on the machine ricorre al glissando chiarificando la sua voce e il suo stile. Il canto blues viene mimato con un gusto classico e seducente.

In Bohemia after Dark l’improvvisazione si attua quasi fino al free jazz, riuscendo al contrario dello stile più autarchico di quest’ultimo a rimanere in un contesto sonoro più decifrabile perché più storicamente rintracciabile.
Ripeto, la sintesi e il dialogo non si sono percepiti grandemente ma non ha nessun valore questa critica perché credo non fossero predisposti per questo. Ci hanno esemplificato attraverso lo stile di ognuno una storia pregna di incontri e contaminazioni, oltre e soprattutto alle doti espressive fuori dallo standard italiano.