Heineken Jammin' Festival, la musica invade Rho

Red Hot Chili Peppers, Prodigy, The Cure. Cronaca di una Californication

Tatuaggi, creste, piercing, capelli colorati e dark look. La musica si sente dall'uscita della metropolitana. Se non fosse per l'annunciatrice dell'adiacente stazione ferroviaria di Rho-Fiera, sembrerebbe quasi di essere in un Paese anglosassone. Per tre giorni, da giovedì 5 a sabato 7 luglio, l'onda rock dell'Heineken Jammin' Festival si è abbattuta sul tappeto d'erba di 9mila metri quadrati allestito per l'occasione all'Arena Concerti di uno degli spazi fieristici più grandi del mondo. Giovani e meno giovani, famiglie con figli al seguito, italiani e stranieri, nostalgici e neofiti: tutti accorsi per ascoltare gli attesissimi headliner. Red Hot Chili Peppers, Prodigy, The Cure: queste, nell'ordine, le grandi star di richiamo internazionale che hanno inaugurato la prima edizione milanese della celebre kermesse musicale. Manifestazione che ha trovato casa all'ombra della Madonnina dopo Imola e Venezia, con un bilancio numerico che pende sulla prima giornata, per cui sono stati venduti 27.500 biglietti. Contro gli 8.500 del venerdì e i 23.500 del sabato.

CALIFORNICATION MILANESE
- Il Festival parte col botto. Il riscaldamento comincia con il metal degli Enter Shikari e con il live set del rapper Pitbull. Ma è Noel Gallagher ad aprire le danze con i suoi High Flying Birds. Gli assetati di brit-pop sono tutti sotto il palco e non mancano magliette che ricordano nostalgicamente gli Oasis. La mente dell'ex gruppo britannico presenta i brani del suo nuovo progetto musicale, nato dopo la separazione in casa dal fratello Liam: pezzi che sono diventati hit come The Death of You and Me, What a Life ed Everybody's On The Run. Un tuffo negli anni Novanta e una partecipazione a dir poco corale suggellano il finale del concerto: Whatever e Little by Little suonano come veri e propri inni liberatori, mentre sul ritornello di Don't Look Back in Anger, capolavoro del 1995 di beatlesiana memoria, il pubblico toglie le parole di bocca al frontman inglese. L'atmosfera è calda ed è tutto pronto per i big della serata. I Red Hot Chili Peppers cominciano puntuali un'esibizione che dura non più di un'ora e mezza. Brevi ma intensi, i peperoncini più piccanti del rock regalano emozioni uniche. Energia targata California che conferma il gruppo tra i migliori live performer sulla piazza. Inconfondibili a partire dal look: Kiedis alla voce e Flea alla chitarra sfoggiano entrambi pantaloni tagliati all'altezza del ginocchio a una sola gamba. E firmano il loro personalissimo outfit rispettivamente con berretto e petto nudo. Tratta dall'ultimo lp I'm with You, Monarchy Of Roses avvia il set. Ai brani recenti si alternano storici successi su cui il pubblico si scatena: Can't Stop, Scar Tissue, Californication. E se la favolosa Under the Bridge regala momenti di intimistica empatia losangelina, su By the Way è il delirio. Uno show adrenalinico che nulla lascia al caso, con tanto di schermi asimmetrici che sembrano trasmettere un video-clip girato in diretta. Spetta a Give it Away infiammare gli animi per l'ultima volta. I Red Hot ci insegnano che la California è un pensiero, un approccio, un modo di essere.

RITI ELETTRONICI
- Le nubi nere all'orizzonte non lasciano presagire nulla di buono. E, come da tradizione, non è mancata la pioggia neanche in questa edizione dell'HJF. Bagnata, la seconda giornata di Festival accosta insolitamente differenti generi musicali, dal gothic metal all'elettronica. Seether, Lost Prophets, Chase and Status ed Evanescence anticipano l'esibizione serale dei tre Prodigy. Le teste colorate pullulano: sono i seguaci di Keith Flint, membro dell'atteso trio britannico, che negli anni Novanta ha fatto scuola quanto a chiome fluo. Intanto, un pubblico diverso ascolta la poesia vocale di Amy Lee, cantante degli Evanescence, che commossa e intensa interpreta al piano successi come Bring Me to Life e My Immortal. Sul far della sera il popolo dei Prodigy è pronto per il rito. Perché di rito si tratta. Venti anni fa erano il simbolo della sottocultura rave, oggi rappresentano al massimo livello il big beat Made in England. Il loro è uno show fatto di luci psichedeliche e di suoni sincopati: ritmi che appagano un pubblico di adepti, assetato, che si scatena ancora di più sotto una pioggia battente. Si balla senza tregua ed è impossibile non farsi coinvolgere da provocazioni fatte musica come Smack My Bitch Up o da hit come Voodoo People, Firestarter e Breath. Sarà per il sound post-moderno, per l'acqua incessante o per le luci viola: sembra di essere sul set di Blade Runner.

SATURDAY I'M IN LOVE - È davvero innamorato dei Cure il pubblico presente in Fiera il terzo e ultimo giorno di Festival: per assistere all'esibizione della band britannica arrivano fan dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Brasile e da tutte le regioni italiane. Quasi una fede da seguire e un'adorazione per il leader Robert Smith, che appare in ottima forma vocale e sostiene due ore e mezza di live, firmando la performance più lunga di tutta la kermesse. La band-icona del movimento dark sul palco è anticipata, nell'ordine, da Il Cile, The Parlotones, Crystal Castles e da un altro gruppo simbolo della new wave e del post-punk anni Ottanta: i New Order. Spetta a loro il compito di traghettare gli animi indietro di trent'anni con hit come Ceremony, Temptation, Blue Monday, Regret e True Faith. Il momento dei Cure arriva, spezzando il religioso silenzio dell'attesa. Capelli cotonati, labbra rosse, casacca e pantaloni neri, candido volto: Smith rispecchia il cliché di sempre. Intenso interprete, sul palco è un gigante buono, a tratti timido, capace di creare un rapporto di complicità con i suoi fedelissimi spettatori, che sorridono assieme a lui quando improvvisa qualche goffo passo di danza. Suddiviso in tre sezioni, il live è un percorso che lo vede protagonista indiscusso: si va dall'attacco più deciso con hit come Lullaby, High e Lovesong al momento più intimista e blues con brani quali A Forest, in cui il coinvolgimento e l'atmosfera sono al culmine. Nell'ultima parte, spazio a pezzi più ritmati e universalmente conosciuti come Close to Me e Love Cats. Su Friday I'm In Love tutti ballano: il pubblico, venerabilmente composto fino a quel momento, si lascia andare su quello che è diventato un inno che abbraccia trasversalmente più generazioni. L'incanto prosegue con un'altra amatissima canzone. Smith sa quello che sta per accadere e, sulle prime note alla chitarra di Boys don't Cry, accenna un sorriso compiaciuto: conosce bene i suoi fan.